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Autolesionismo nell’adolescenza: che cos’è e cosa fare

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L'autolesionismo è un problema molto diffuso tra i giovani e per questo motivo è importante cogliere al volo i segnali e saper reagire con gli strumenti adatti.

Il problema dell’autolesionismo è molto più serio e diffuso di quanto si possa immaginare. Nella fase dell’adolescenza si calcola che almeno il 10% dei ragazzi abbia praticato almeno una volta delle ferite volontarie sul proprio corpo. Poiché spesso, anche se non necessariamente, può trattarsi dell’anticamera di gesti più estremi, è bene prestare molta attenzione ai segnali che il ragazzo lancia e quindi muoversi di conseguenza.

Autolesionismo: che cos’è e perché si pratica

L’autolesionismo nasce dall’incapacità di riuscire a governare le proprie emozioni. Si manifesta a partire dai 10/12 anni di età, un momento della vita di un ragazzo nel quale non ha ancora tutti gli strumenti utili per riuscire a gestire il dolore o l’ansia in modo adeguato. Infliggersi ferite volontariamente, allora, dà la sensazione di riuscire a controllare il proprio corpo e dona un immediato benessere dalla sofferenza.

Si tratta, però, di una sensazione effimera perché dura solo per un breve periodo e poi il ragazzo sente nuovamente l’esigenza di ferirsi.

I motivi che spingono a questo gesto possono essere i più vari. Molte volte capita che l’autolesionismo sia praticato dalle vittime di bullismo a scuola (accade nel 50% dei casi) oppure a ragazzi molto insicuri, che non si sentono all’altezza delle aspettative dei genitori, ma le motivazioni possono essere davvero varie perché qualsiasi fonte di stress o di ansia, che il ragazzo non sappia gestire, può trasformarsi in una molla che fa scattare l’autolesionismo. È fondamentale imparare a cogliere i segnali di questa terribile malattia e correre ai ripari prima che sia troppo tardi.

Autolesionismo nell’adolescenza: cosa fare

Quando si ha il sospetto che il proprio figlio adolescente pratichi l’autolesionismo, occorre imparare a cogliere al volo dei segnali che possano confermare questo timore.

Il ragazzo va osservato attentamente perché nella maggior parte dei casi tenderà a nascondere l’accaduto. In genere i tagli e le bruciature vengono eseguite di preferenza su gambe e braccia quindi sono abbastanza visibili. Se il ragazzo tende a coprirsi con gli abiti, soprattutto nelle giornate più calde, allora bisogna iniziare a insospettirsi. Anche il fatto che trascorra molto tempo in bagno oppure si innervosisca se entrate nella sua stanza all’improvviso, mentre si sta cambiando, possono essere segnali inequivocabili.

Fazzoletti o asciugamani sporchi di sangue potrebbero essere ulteriori segnali. Se il sospetto viene confermato dai fatti, allora bisogna affrontare la situazione subito ma con calma. Innanzitutto sono vietati gli atteggiamenti troppo aggressivi ed è assolutamente inutile invitare il ragazzo a non farlo più. Il ragazzo non ascolterebbe: il suo è un grido di aiuto di un malessere molto profondo. È importante fargli sentire la propria vicinanza, fargli capire che i suoi genitori gli vogliono bene e sono pronti ad aiutarlo ad uscire da questa situazione.

Autolesionismo nell’adolescenza: a chi rivolgersi

La terapia con uno psicologo potrebbe aiutare il ragazzo ad elaborare il dolore e a formare gli strumenti più adatti per affrontarlo. In Italia ci sono moltissimi centri specializzati che seguono adolescenti con questa problematica e che potranno intervenire con competenza nella situazione specifica. È importante sottolineare che è inutile provare a costringere il ragazzo a non farlo più oppure provare a sequestrare gli oggetti che utilizza per tagliarsi. La voglia di guarigione deve partire direttamente da lui altrimenti troverà sempre qualche altra forma di autolesionismo da mettere in pratica. La terapia non funziona se il ragazzo non decide spontaneamente di seguirla.

La prima cosa da fare è parlarne con calma, farsi raccontare perché lo fa e come ha cominciato. Se il ragazzo sente che i suoi genitori non sono arrabbiati o delusi, si aprirà più facilmente e si alleggerirà dal peso che porta, riacquistando un po’ di serenità e trovando la voglia di affrontare il suo dolore.

In questa fase delicata serve comprensione e mai oppressione, per cui compito del genitore è quello di essere vicino al proprio figlio, come supporto e non come inquisitore.

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