Cosa rappresenta la figura paterna per lo sviluppo di un bimbo? Ne parla l’esperta, la psicologaValeria Giamundo, nell’intervista pubblicata sul cartaceo d Mamme Magazine di sabato 13 giugno 2026
di Angelica Amodei
Se la madre rappresenta spesso il primo luogo di accoglienza, cura e protezione, il padre è tradizionalmente associato alla spinta verso l’esterno. Due ruoli diversi ma complementari che accompagnano la crescita dei figli.
Crescere per un ragazzo/a significa trovare un equilibrio tra radici e ali. Ne parliamo con la dottoressa Valeria Giamundo, psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale, docente della Scuola di psicoterapia Humanitas, esperta di disturbi post-traumatici da stress, età evolutiva, disturbi d’ansia e disturbi depressivi nell’età evolutiva.
Parlando di figura paterna: qual è il ruolo specifico del padre nello sviluppo emotivo di un bambino?

«Il padre rappresenta tradizionalmente quella figura che aiuta il bambino a uscire dalla relazione fusionale originaria con la madre. La madre offre spesso il primo contenimento emotivo e affettivo, mentre il padre tende più frequentemente a favorire l’apertura verso l’esterno e l’autonomia. In psicologia si parla spesso di funzione di svincolo: il padre introduce il mondo esterno, la differenza, la scoperta che esistono altri legami oltre a quello primario. Questo non significa ‘separare’ madre e figlio in modo traumatico, ma favorire un processo graduale di autonomia. Il bambino cresce emotivamente quando può sentirsi profondamente amato dalla madre ma, al tempo stesso, incoraggiato a esplorare il mondo e a costruire una propria identità distinta. L’incoraggiamento, la valorizzazione dei movimenti verso lo “svincolo” hanno un’influenza sull’equilibrio emotivo del bambino. Non si tratta di ruoli rigidi o esclusivi, ma di funzioni complementari che quando dialogano tra loro».
A volte il papà fatica a trovare il suo ruolo…
«Vero, nella pratica clinica osserviamo che alcuni padri faticano a entrare nella relazione precoce madre-bambino, sentendosi esclusi o marginali. Quando ciò accade, il rischio è che rinuncino progressivamente a occupare uno spazio educativo e affettivo che invece sarebbe fondamentale. La funzione paterna non agisce quasi mai da sola ma si sviluppa e acquisisce efficacia nella relazione con la funzione materna. Nei primi anni molti padri entrano nella relazione con il figlio attraverso modalità differenti rispetto alle madri, senza che questo significhi minore coinvolgimento o minore importanza. Ma è importante sottolineare che la funzione paterna non si sviluppa in opposizione a quella materna ma in
sintonia con essa».
In che modo la presenza del padre contribuisce alla costruzione dell’autostima nei figli?
«L’autostima nasce dall’esperienza di sentirsi riconosciuti e valorizzati. Il padre contribuisce in modo particolare attraverso l’incoraggiamento all’azione, alla prova, all’assunzione di piccoli rischi, adeguati all’età naturalmente. Molti bambini sviluppano così la fiducia in sé stessi, quando percepiscono che qualcuno dice loro: ‘Prova, puoi farcela, non succede nulla se sbagli’. La funzione paterna è frequentemente associata proprio alla legittimazione dell’autonomia. Inoltre il padre offre uno sguardo diverso da quello materno. Ma è quando un figlio si sente valorizzato da entrambe le figure genitoriali, che potrà costruire un’immagine di sé più solida e meno dipendente da un unico modello relazionale».
Ci sono differenze nel ruolo paterno durante la prima infanzia (0-6 anni) rispetto all’adolescenza?
«Nei primi anni il padre contribuisce soprattutto all’apertura verso il mondo esterno e alla costruzione della sicurezza emotiva attraverso il gioco, l’esplorazione e la regolazione delle emozioni. Durante l’adolescenza la sua funzione cambia: si tratta di accompagnare la crescita, di tollerare la contestazione e il distacco del figlio senza viverli come un rifiuto personale. Molti adolescenti hanno bisogno di adulti che sappiano reggere il conflitto senza rompere la relazione».
Come cambia il rapporto padre-figlio e padre-figlia nelle diverse età della crescita?
«Le differenze non dipendono tanto dal sesso del figlio quanto dai compiti evolutivi che si presentano nelle varie fasi della vita. Con i figli maschi il padre ha un ruolo importante, in quanto rappresenta spesso il primo modello con cui identificarsi e da cui differenziarsi. Crescere infatti non significa assomigliare al padre, ma anche smettere di imitarlo per diventare sé stessi e trovare una propria direzione nel mondo. Per questo il padre è chiamato a un compito delicato: lasciare spazio alla realizzazione personale e alla differenziazione, saper riconoscere che il figlio non è un prolungamento di sé sul quale proiettare ambizioni, aspettative, o desideri personali, ma una persona dotata di una propria disposizione interiore e di specifiche propensioni che meritano di essere accompagnate e valorizzate».
E con le figlie?
«Con le figlie il padre contribuisce in modo significativo alla costruzione dell’immagine di sé come donna e del senso di valore personale nelle relazioni. Una presenza paterna rispettosa e affettivamente disponibile e capace di riconoscere la soggettività della figlia può favorire una maggiore sicurezza emotiva e relazionale nel corso della vita. Ciò che conta è l’autenticità, la capacità di riconoscere il figlio nella sua unicità e la disponibilità a sostenerne la crescita: questo costituiscono gli elementi più preziosi della funzione paterna».
Quali conseguenze psicologiche può avere un’assenza fisica o emotiva della figura paterna?
«L’assenza di un padre non produce automaticamente un danno psicologico. Molto dipende dalla qualità delle relazioni presenti e dalle risorse familiari e sociali disponibili. Tuttavia, quando il padre è emotivamente assente o disinvestito, alcuni bambini possono sperimentare sentimenti di rifiuto, difficoltà nel riconoscere il proprio valore o una maggiore insicurezza nei rapporti affettivi. Talvolta il problema non è l’assenza materiale del padre, ma il fatto che egli venga progressivamente escluso dalla vita del figlio. Ma capita anche che siano i padri stessi a sottrarsi alla responsabilità genitoriale, limitando la propria presenza a un ruolo periferico. La sofferenza dei figli può nascere in entrambe le situazioni: sia quando un padre viene escluso, sia quando sceglie di non esserci».
Quale ruolo ha il padre nell’insegnare regole, limiti e senso di responsabilità?
«Per molto tempo si è pensato che il padre fosse il depositario delle regole e la madre dell’affetto. Oggi sappiamo che è una distinzione troppo rigida; entrambi i genitori educano ai limiti. Il compito più prezioso del padre in accordo con la madre e con l’intero sistema familiare, non è insegnare a obbedire, ma aiutare il figlio diventare una persona distinta dai propri genitori».
Come può un padre mantenere una relazione positiva con i figli durante l’adolescenza, quando spesso aumentano conflitti e distanze?
«Molti padri interpretano la distanza adolescenziale o la contestazione accesa come una perdita del rapporto. In realtà, si tratta spesso di una trasformazione. L’adolescente ha bisogno di sentirsi libero di criticare,
dissentire e prendere le distanze senza perdere il legame. Il padre che riesce a restare presente, senza essere intrusivo, offre una base sicura da cui il figlio può allontanarsi e a cui può tornare. È importante sostituire il controllo con la curiosità, l’interrogatorio con l’ascolto, il giudizio con il confronto. I ragazzi accettano più facilmente i limiti quando si sentono rispettati come persone. In fine, posso dire: Oggi sappiamo che accudimento, tenerezza autorevolezza e cura possono essere esercitati da entrambi genitori. Ciò che resta essenziale non è il padre come categoria biologica, ma la funzione paterna: quella capacità di favorire la differenziazione, l’autonomia, l’apertura verso il mondo e la possibilità per il figlio di separarsi senza sentirsi colpevole. La maturità psicologica nasce proprio dall’equilibrio tra appartenenza e autonomia: sentirsi amati abbastanza da poter partire, e liberi abbastanza da poter tornare».
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