Depressione post-partum: quando la maternità diventa un abisso solitario

L’esperta parla della depressione post-partum e spiega che non è una colpa individuale, ma un fallimento della rete sociale e istituzionale. Tra i molti esempi della cronaca cita la tragedia di Catanzaro di aprile 2026, quando una madre si buttò con i figli dal balcone

di Francesca Birello*

 

La cronaca ci ha consegnato l’ennesima immagine di un dolore inimmaginabile: la tragedia di Catanzaro, dove una madre è arrivata a compiere il gesto estremo. Di fronte a simili eventi, l’opinione pubblica spesso oscilla tra l’orrore e il giudizio. Tuttavia, se vogliamo davvero che non si ripetano casi simili e prevenire futuri drammi, dobbiamo avere il coraggio di guardare oltre il titolo di giornale e analizzare i meccanismi invisibili, ovvero quelli psicologici, biologici e sociali, che trasformano la nascita di una vita in un abisso di disperazione.

Il primo ostacolo alla protezione è il muro dell’omertà indotta. Nel mio studio e con le associazioni con cui collaboro raccolgo spesso testimonianze atroci: molte donne hanno il terrore che ammettere il proprio disagio porti all’allontanamento dei figli da parte dei servizi sociali. È il paradosso del silenzio: il timore del giudizio istituzionale e sociale soffoca la richiesta di soccorso, impedendo quella diagnosi precoce che è l’unica vera ancora di salvezza.

La frase “Ho paura che mi portino via i figli” non è solo un timore individuale, è il sintomo di un sistema che viene percepito come punitivo invece che protettivo.
Per chi non ha mai vissuto una depressione perinatale, certi gesti appaiono folli. La psicologa perinatale Alessandra Bortolotti utilizza un’analogia potente per spiegare questi stati di alterazione: “Quando prendi fuoco, ti butti dalla finestra”. In certi stati di psicosi o depressione acuta, l’atto estremo non è una scelta lucida o un atto di crudeltà, ma una via d’uscita obbligata da un dolore psichico divenuto fisicamente intollerabile. È l’istinto di fuga da un incendio interiore che la mente non riesce più a gestire e tollerare.

La scienza distingue chiaramente tra diverse sfumature del disagio, non è solo tristezza:

• Maternity Blues: Colpisce fino all’80% delle madri. È una transitoria instabilità emotiva che si risolve in pochi giorni.
• Depressione Post-Partum (DPP): Riguarda il 10-15% delle donne. Insorge solitamente tra la 4ª e la 6ª settimana, ma può manifestarsi fino a un anno dal parto. È caratterizzata da ansia estrema, pensieri ossessivi e un senso di inadeguatezza totale.
• PTSD Postnatale: Colpisce il 20-25% delle donne che hanno vissuto un parto traumatico.
• Psicosi Puerperale: Rara (0.1%) ma gravissima, richiede un intervento medico immediato.

Non è una questione di volontà. La causa è multifattoriale: un mix violento di crollo ormonale (estrogeni e progesterone), vulnerabilità genetica e, soprattutto, isolamento sociale.

Non è una questione di volontà. La causa è un mix violento di crollo ormonale, vulnerabilità genetica e, soprattutto, isolamento sociale.
Studi recenti dimostrano che trattamenti specifici, come l’EMDR* , possono ridurre i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) e aiutare a rielaborare i traumi legati al parto o al passato della madre. L’obiettivo dell’integrazione terapeutica è trasformare la convinzione negativa “sono inadeguata” in una rinnovata fiducia genitoriale, favorendo un attaccamento sicuro tra madre e bambino.

La prevenzione non può passare solo per la terapia in studio ed i faramaci, deve passare dalla rete sociale, per la cena pronta portata da un vicino, per la mezz’ora di sonno regalata da un parente, per le pulizie offerte da un’amica, per la passeggiata concessa, per la presenza costante della comunità. Ma dove la rete familiare e la comunità non arrivano, le istituzioni devono essere presenti. Non possiamo permettere che la maternità sia un “momento meraviglioso” solo in apparenza, mentre sotto la superficie brucia la solitudine. È necessario un sistema di supporto strutturato che monitori la salute mentale materna tanto quanto quella fisica, senza che questo diventi una minaccia per la potestà genitoriale.

Nessuna donna deve essere lasciata sola nel momento della sua massima vulnerabilità neurobiologica. La solitudine non si cura con i farmaci, si cura con la presenza. Perché se una madre “prende fuoco”, è l’intera società ad aver fallito nel sorvegliare l’incendio.

I segnali da non sottovalutare

• Ansia eccessiva e ingiustificata per la salute del neonato.
• Distacco emotivo o senso di estraneità verso il bambino.
• Pensieri intrusivi spaventosi o aggressivi (che generano forti sensi di colpa).
• Alterazioni gravi del sonno e dell’appetito non legate ai ritmi del neonato.

Se avverti i segnali di allarme descritti nell’articolo (ansia estrema, distacco o pensieri intrusivi), il primo passo può essere parlare con l’ostetrica del consultorio, o uno psicologo, ma anche con il ginecologo o il proprio medico di base, che potrà attivare la rete specialistica dei CSM o dei percorsi “Codice Rosa” se necessario. La tempestività è la chiave per non trasformare il disagio in un abisso.

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* L’acronimo EMDR sta per Eye Movement Desensitization and Reprocessing. In italiano si traduce come: Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari.

Foto: Pixabay

 

*Francesca Birello
Psicologa-psicoterapeuta
Sito: www.drssabirello-psicologofirenze.it

 

 

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