La nostra esperta ci parla dell’ansia vissuta dai giovanissimi che, dicono gli studi, è maggiore rispetto a un paziente ricoverato in psichiatria 70 anni fa.
di Francesca Birello*
C’è una frase che circola spesso tra noi clinici e che, a prima vista, sembra una provocazione: “Oggi, un bambino medio vive con più ansia di quanta ne provasse un giovane ricoverato in psichiatria settant’anni fa”.
Purtroppo, non si tratta di un’sagerazione giornalistica. È il risultato di una delle più imponenti ricerche meta-analitiche condotte sulla salute mentale dei giovani. Come terapeuta che si occupa quotidianamente di trauma e regolazione emotiva, vedo gli effetti di questo sorpasso ogni giorno in studio.
La ricerca: quando la patologia diventa normalità
Le radici di questa riflessione affondano nel lavoro della psicologa Jean M. Twenge. Attraverso una meta-analisi pubblicata nel 2000 sulla rivista dell’APA, la Twenge ha esaminato i livelli di ansia di oltre 50.000 studenti tra il 1952 e il 1993.
I dati sono inequivocabili: il punteggio medio di ansia di un bambino “sano” degli anni ’80 era già superiore a quello dei bambini che ricevevano cure psichiatriche negli anni ’50. Se portiamo questo trend ai giorni nostri, potenziato dall’avvento del digitale, dalla sovrastimolazione e dalle recenti crisi globali, ci rendiamo conto che i nostri ragazzi si muovono in un mondo che richiede loro un
carico di attivazione del sistema nervoso senza precedenti.
Dall’ansia storica all’iper-attivazione attuale
Se lo studio della Twenge evidenziava una frammentazione dei legami sociali, l’attualità italiana ci restituisce un quadro di pressione estrema. Una recente indagine di Skuola.net su 3.000 studenti conferma che il 50% dei ragazzi vive la scuola come un trauma quotidiano, un luogo di costante valutazione anziché di evoluzione.
Da esperta in EMDR, leggo questi dati attraverso la lente del trauma: questa non è semplice ansia, è spesso uno stato di iper-attivazione cronica. Il sistema nervoso dei ragazzi è costantemente in allerta, come se ci fosse un pericolo imminente. La pressione per il voto, la paura del fallimento e il confronto digitale agiscono come micro-traumi ripetuti che saturano la finestra di tolleranza dei giovani, portandoli al burnout ben prima dell’età adulta.
Il ruolo dell’attaccamento
Perché alcuni ragazzi reggono meglio l’urto? La risposta risiede spesso nei primi 18 mesi di vita. Come spiego spesso ai genitori, un attaccamento sicuro funge da regolatore biologico fondamentale.
Quando il legame primario è solido, il bambino impara a tornare in uno stato di calma dopo uno stress (co-regolazione). Se invece l’attaccamento è disorganizzato o insicuro, il “posto sicuro” interno viene a mancare, lasciando il ragazzo privo di difese bio-psicologiche di fronte alle richieste di una società iper-performante.
Cosa possiamo fare come adulti?
Proteggere i nostri figli non significa evitare loro ogni sfida, ma diventare noi stessi quel “posto sicuro” dove possono processare lo stress. Dobbiamo aiutarli a disinnescare l’idea che il loro valore sia sovrapponibile alla loro performance scolastica o sociale.
Riconoscere che i loro livelli di ansia sono oggettivamente altissimi è il primo passo per smettere di pretendere resilienza a tutti i costi e iniziare a offrire una vera accoglienza emotiva. Il nostro compito è abbassare il volume di un mondo troppo rumoroso, restituendo loro il diritto di crescere con i propri tempi.
Foto: Pixabay

Psicologa-psicoterapeuta
Sito: www.drssabirello-psicologofirenze.it

