Il pedagogista Novara: «Attenti, i padri peluche non servono a nulla»

Cosa deve essere un padre? Dice «No ai padri diagnostici» il pedagogista Daniele Novara, autore di  Il papà peluche non serve a nulla” (Rizzoli). L’intervista è stata pubblicata sul cartaceo di Mamme Magazine di sabato 6 giugno 2026

di Manila Alfano

 

Sono gli effetti del Sessantotto, di quei venti che hanno spazzato via rigidità di ruoli e difficoltà di comprensione in famiglia. I genitori sono cambiati e sembrano spaesati. Messo in soffitta il modello di padre autoritario e lontano, siamo alle prese con padri senza struttura, talmente morbidi da sembrare molli.

Senza riferimenti hanno perso la rigidità del ruolo precostituito per vagare in uno spazio che sconfina con il lassismo, o peggio ancora con l’amichettismo e non è raro scambiarli per adolescenti anche nell’aspetto.

Un padre invece deve essere un’altra cosa, lo spiega bene Daniele Novara (nella foto), tra i più noti e apprezzati pedagogisti del panorama italiano, che da anni studia e analizza il rapporto tra genitori e figli che spiega: «quando il padre padrone, punitivo e autoritario, minaccioso e assente viene spodestato si apre una stagione di confusione e ambiguità».

Novara ha ben chiara la trasformazione della figura del padre negli ultimi anni e gli effetti che ne derivano all’interno del sistema familiare, un tema centrale e sempre più determinante che lo ha spinto a scrivere un libro dal titolo che non lascia dubbi: “Il papà peluche non serve a nulla“, edito da Rizzoli.

Professore cosa intende per padre peluche?

«Un genitore che ha perso la sua autorevolezza che a differenza dell’autoritarismo serve»Che differenza c è tra autorevolezza e autoritarismo? «Il padre autoritario e’ il dispotico “pater familias” che ha lasciato il posto a una figura affettiva e complice».

E cosa c’è che non va in questa trasformazione?

«E’ facile: la figura di oggi appare pallida e fragile, frutto dell’età del narcisismo.Quando succede?«È frutto delle profonde trasformazioni del ’68. È lì che i padri con il bastone vengono sostituiti dal”mammo”, il “papà amico”, il “papà peluche”».

Però un padre vicino non è una cosa positiva?

«Non confondiamo. Cosa se ne fa un figlio di un papà che gliele da tutte vinte per non ripetere gli errori subiti, che si pone alla pari come un compagno di giochi, che è sempre a disposizione e non si assume le proprie responsabilità per paura di non essere amato?».Non sarà che i padri cercano l’amore dei figli?«L’amore non si ottiene diventando figure irrilevanti. Se non esistono confini né paletti, il capriccio dell’io prevale sul progetto del noi e i figli, preziose appendici dei genitori, non sono da educare bensì da assecondare e proteggere in ogni modo».

Che effetti ha sui figli?

«Disastrose. I padri peluche, una metafora per caratterizzare la loro fragilità educativa, hanno perso il polso della situazione. E confondono la disponibilità con la mancanza di regole. Eppure una disponibilità che non esclude urla, sgridate, reazioni emotive anche intense: anzi, spesso e volentieri le incentiva. Il papà peluche è l’erede diretto del padre padrone, nel senso che ne è la sua versione speculare. È come una medaglia: da una parte testa e dall’altra croce».

Siamo diventati genitori iperprotettivi?

«Sì ma non solo. L’atteggiamento sbagliato si mette in atto per tutta l’età evolutiva dei figli. Si assiste cioè a una iperprotezione con i bambini piccoli, per poi avere una iper immedesimazione con i ragazzi». Di cosa abbiamo paura?«I figli devono corrispondere al nostro modello. Non li lasciamo sbagliare, li arginiamo emotivamente, li soffochiamo li incalziamo con mille domande perchè vogliamo sapere tutto: come è andata a scuola? Come stai? Come ti senti?».

Non è sano interesse?

«Ma basta con il genitore diagnostico, con questa iper pretesa psicologistica. È ovvio che occorre dialogare con i propri figli, ci mancherebbe, è il fondamento del rapporto. Ma non occorre sapere tutti i suoi stati d’animo, serve capire quando, non entrare in ogni aspetto, non facendo il compagno di merende, l’amico con cui confidarsi. Gli amici sono i compagni, i coetanei. Gli adulti devono avere un ruolo diverso».

È così sbagliato?

«Peggio perchè fa emergere il contesto narcisistico. Come quando i padri se la prendono con l’allenatore perchè non fanno giocare il figlio o come quando la mamma gongola perchè per strada la gente scambia la figlia per una sorella. Ecco queste sono le classiche espansioni nell’esibizionismo filiale che preclude la crescita del figlio».

Qual è un messaggio ai padri, quindi?

«È importante che i figli abbiano momenti specifici con il padre, sia nell’infanzia sia nell’adolescenza, da soli, non sempre all’interno del gruppo familiare. Cito il grande poeta Kahlil Gibran: i vostri figli non sono figli vostri, ma sono di un destino. Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati».

Come è stato il suo rapporto con suo padre?

«Mio padre si chiamava Giovanni, era nato nel 1925 di assoluta cultura contadina. Era un uomo del suo tempo, che attraverso il lavoro aveva contribuito a ricostruire l’Italia. Il suo atteggiamento verso di me era molto distaccato legato proprio a quella tradizione agricola in cui i figli devono fare quello che serve. Io mi sono ovviamente emancipato in maniera molto decisa da questa vessatoria tradizione e lui non lo capiva. Il mio rapporto con lui era per così dire molto asciutto. Ma di assoluto rispetto».

Parlava con lui?

«In tutta la mia vita ci avrò parlato in tutto un paio d’ore. Eravamo distanti anni luce. Non condivideva le mie scelte. Agli amici al bar parlando di me ripeteva in dialetto: “continua a leggere”, segnalando una certa sgradevolezza per quella mia passione per la lettura».

Era affettuoso con lei?

«No, non direi. Durante le mie conferenze e ultimamente anche durante i miei spettacoli a teatro, porto spesso mio padre facendo vedere una foto dove durante il matrimonio di suo fratello mi appoggia la mano sulla spalla, io ho sempre considerato questa foto molto affettuosa ma poi scopro che nella foto non tocca la mia spalla ma lui tiene due o tre centimetri di distanza. Ecco era una generazione fatta così: senza smancerie forse anche incapace di una relazione che andasse al di la di una tradizione che gli antenati gli avevano consegnato. Eppure tra noi mai una lite».

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