Entrare nella storia dei consumi delle famiglie italiane significa osservare da vicino i bilanci domestici, perché è lì che i grandi cambiamenti economici si traducono in scelte quotidiane. L’ultimo rapporto dell’ISTAT ricostruisce questo percorso, seguendo una storia lunga oltre centosessant’anni e osservando come si siano progressivamente evolute le abitudini e le priorità nel quotidiano.
Fino al secondo dopoguerra i consumi delle famiglie italiane sono essenzialmente orientati alla sopravvivenza. È il quadro di un’Italia ancora in gran parte rurale, uscita da un conflitto e segnata da profonde disparità territoriali, elevati livelli di analfabetismo e da una forte emigrazione legata alla povertà, soprattutto nel Mezzogiorno. Oltre il 50% della spesa familiare è quindi destinato ai generi alimentari (oggi il 20,9%) e quasi l’80% è assorbito complessivamente dal soddisfacimento dei bisogni primari, abbigliamento e abitazione.
Il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta segna una rivoluzione. I redditi crescono rapidamente e i consumi si ampliano. Entrano nelle case gli elettrodomestici come frigoriferi, lavatrici, radio e televisori. Consumare non significa più solo soddisfare bisogni immediati, ma partecipare a un’idea di progresso. L’automobile diventa il simbolo del nuovo benessere, si diffonde il pagamento rateale e dalle campagne ci si sposta in città e verso le aree industriali.
La crisi petrolifera del 1973 frena bruscamente il clima di ottimismo, ma cala la spesa sanitaria grazie all’introduzione del Servizio Sanitario Nazionale. Negli anni Ottanta e Novanta una nuova svolta nei consumi è rappresentata dalla voce casa. Affitti, mutui e utenze aumentano progressivamente fino ad assorbire oggi oltre un terzo della spesa delle famiglie.
Il peso dei costi fissi riduce la flessibilità del bilancio e rende più vulnerabili soprattutto i nuclei con figli. La rivoluzione digitale introduce poi un nuovo capitolo. Se nel 1990 il telefono fisso era presente nell’84% delle famiglie, già in quell’anno una famiglia su cinque possedeva un cellulare. Negli anni successivi, il calo dei costi e l’evoluzione tecnologica accelerano la diffusione del mobile: nel 2024 il 96,5% delle famiglie ha almeno un cellulare, mentre il telefono fisso quasi scompare.
Le differenze territoriali nei consumi delle famiglie italiane restano un tratto strutturale del Paese, riflettendo differenze nei livelli di reddito, nell’accesso ai servizi e nelle opportunità economiche e traducendosi in modelli di consumo distinti.
Nel Mezzogiorno, ancora oggi, una quota più elevata della spesa è destinata ai beni essenziali, mentre nel Centro-Nord la maggiore disponibilità di reddito consente di indirizzare risorse verso servizi, tempo libero, cultura e ricreazione:
Negli ultimi anni, la pandemia ha rappresentato un ulteriore spartiacque. Le restrizioni alla mobilità e alle attività sociali hanno ricondotto i consumi dentro le mura domestiche, facendo crescere il peso dell’abitazione e delle utenze a discapito dei servizi ricreativi, la ristorazione e i viaggi. A questo si è sommata, nella fase successiva, una forte pressione inflazionistica, che ha inciso soprattutto sui prezzi di alimentari ed energia, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie.
Secondo i dati più recenti, abitazione, utenze, trasporti, servizi scolastici e spese sanitarie assorbono oggi oltre la metà della spesa complessiva di molte famiglie, riducendo lo spazio destinato ai consumi discrezionali. Questo significa che, anche in presenza di redditi nominalmente stabili, la capacità di adattamento del bilancio è diminuita. È in questa contrazione delle possibilità di scelta, più che in un’espansione dei consumi, che si radica una diffusa percezione di insicurezza economica.
Nei bilanci delle famiglie italiane si riflettono così tensioni economiche, diseguaglianze territoriali e trasformazioni sociali. Leggere l’evoluzione dei consumi significa allora leggere il Paese stesso.

