Quanto sono pericolose le nuove dipendenze digitali. L’intervista a Giuseppe Lavenia, presidente di DiTe, Associazione nazionale Dipendenze tecnologiche, gap e cyberbullismo, è stata pubblicata sul cartaceo di Mamme Magazine di sabato 4 luglio 2026
di Francesca Ferri
Non solo sostanze. C’è una nuova dipendenza che minaccia la salute: la dipendenza dalle tecnologie. Giuseppe Lavenia è il presidente di DiTe, Associazione nazionale Dipendenze tecnologiche, gap e cyberbullismo che fornisce assistenza legale e psicologica (numero verde 800 770 960, WhatsApp al 329 5567111).
Lavenia, quando lo smartphone crea dipendenza?
«Non è il numero di ore, da solo, a definire una dipendenza. L’allarme scatta quando la tecnologia smette di essere uno strumento e diventa un regolatore emotivo: la uso per calmarmi, per non sentire la noia, per non sentire la rabbia, per non sentire la solitudine. Il punto è quando perdo il controllo, provo a staccarmi e non ci riesco, divento irritabile se qualcuno mi interrompe, sacrifico sonno, scuola, sport, relazioni pur di restare connesso. La domanda vera è: “Cosa succede dentro di te quando non puoi essere online?”».
Quanti sono oggi in Italia i giovani coinvolti?
«I dati più recenti ci dicono che non siamo davanti a episodi isolati. La Relazione 2026 al Parlamento parla di circa 370mila studenti tra i 15 e i 19 anni con un utilizzo del web a rischio e di circa 380mila con uso problematico dei videogame. A questi si aggiungono circa 50mila ragazzi in ritiro sociale. Però sarebbe un errore dire che è solo un problema giovanile. La dipendenza digitale riguarda anche adulti, genitori, professionisti, persone sole, fragili, stressate. La tecnologia intercetta una vulnerabilità umana, non una fascia d’età».
Avete osservato un incremento nel tempo?
«Sì, l’incremento lo vediamo, ma soprattutto vediamo un cambiamento di forma. Non è solo “più tempo davanti allo schermo”. È più dipendenza dalla connessione, più fatica a tollerare il vuoto, più isolamento, più irritabilità, più sonno sacrificato, più relazioni mediate. A livello europeo, ESPAD segnala che l’uso dei social percepito come problematico è passato dal 38% nel 2015 al 47% nel 2024; l’uso dei videogiochi tra gli studenti è cresciuto dal 47% all’80%. È qui che dobbiamo stare attenti: il rischio non è solo tecnologico, è educativo, emotivo, relazionale. Stiamo crescendo ragazzi iperconnessi ma spesso meno allenati alla frustrazione, all’attesa, alla relazione reale».
Qual è l’effetto sul cervello?
«Il cervello adolescente è ancora in costruzione. Se lo metto dentro un ambiente fatto di notifiche, ricompense immediate, video infiniti, pornografia accessibile, gaming competitivo e approvazione sociale continua, sto allenando il cervello a cercare gratificazione rapida. Non dico che il digitale “rompe” il cervello. Dico una cosa più seria: lo educa. E se lo educa sempre alla risposta immediata, poi la vita reale, che è lenta, faticosa, frustrante, diventa insopportabile».
Chi si rivolge a voi?
«Soprattutto genitori spaventati, spesso arrivati tardi, quando il conflitto in casa è già esploso: scuola saltata, sonno invertito, aggressività, isolamento. Chiamano anche insegnanti. I ragazzi, invece, di rado chiedono aiuto all’inizio. Non perché siano superficiali, ma perché spesso non percepiscono il problema come tale».
C’è una storia che in questi anni l’ha colpita?
«Più che una storia sola, mi colpisce una storia che si ripete. Ragazzi che non erano “malati”, “persi” o “irrecuperabili”. Erano soli. Ricordo situazioni in cui un adolescente passava la notte online e dormiva di giorno, ma il problema non era il videogioco in sé. Era che nel gioco aveva trovato l’unico luogo in cui sentirsi competente, visto, riconosciuto. Fuori si sentiva inadeguato; dentro lo schermo era qualcuno. A volte noi adulti arriviamo a voler togliere il sintomo, ma non ci chiediamo che cosa quel sintomo stia proteggendo».
I rischi più gravi del web?
«Il più grave è l’accesso precoce a contenuti che un bambino o un preadolescente non ha gli strumenti emotivi per elaborare. La pornografia a 12 anni non è educazione sessuale: è esposizione a una sessualità spesso performativa, aggressiva, disincarnata, senza relazione, senza attesa, senza consenso, senza affettività. Poi ci sono cyberbullismo, sextortion, challenge, adescamento, gioco d’azzardo, contenuti autolesivi, algoritmi che radicalizzano fragilità già presenti. Il web non è pericoloso perché è web. È pericoloso quando un minore ci entra da solo, troppo presto, senza adulti, senza parole, senza protezione».
Come ci si disintossica?
«Rimettendo la tecnologia al suo posto. Non bisogna eliminare tutto, ma ricostruire confini: orari, luoghi senza telefono, sonno protetto, pasti senza schermi, famiglia alleata, alternative reali: sport, amici, corpo, natura, noia, manualità. La disintossicazione è aiutare la persona a reggere quel che il telefono copriva».
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