Tempo di scelte universitarie. Ecco cosa dicono l’ad di Openjobmetis, una delle principali agenzia per il lavoro in Italia, ed Elisa Fagotto, la sua brillante candidate manage. L’intervista è stata pubblicata sul cartaceo di Mamme Magazine di sabato 18 aprile 2026
di Emilio Piervincenzi
Siamo in piena zona «corsi di orientamento” e “open day». Semplicemente: dare una sbirciata al di là della finestra universitaria per capire che cosa studiare e perché studiare proprio quello. Ma soprattutto per porsi la seguente domanda: dopo aver studiato riuscirò a trovare lavoro? Poi c’è anche un’altra domanda che mi dovrei fare: per essere soddisfatti, nel lavoro e nella vita, è obbligatorio andare all’università e laurearsi?
In questa intervista, realizzata in multichiamata, risponderemo ad entrambe le questioni. Dall’altro capo del filo ci sono Rosario Rasizza, ad di Openjobmetis, una delle principali agenzia per il lavoro in Italia, e Elisa Fagotto, la sua brillante candidate manager. Per un giovane post diplomato leggere questa intervista significa farsi un’idea chiara sul suo futuro e sul ventaglio di possibilità che l’Italia può offrirgli.
«Cominciamo col dire – esordisce Elisa Fagotto – che le branche più fertili sono le seguenti: tecnologia e digitalizzazione, intelligenza artificiale, transizione energetica, automazione dei processi produttivi. Questo è ciò che richiede il mercato. Poi c’è un altro tema molto impattante sulle offerte di lavoro ed è legato al calo demografico».
Dunque questi sono i driver occupazionali. E come si riempiono?
«Le università, certo, quelle specifiche come i politecnici o le facoltà di medicina e infermieristica consentono di formare professionisti che non faticheranno a trovare un lavoro e anche ben retribuito. Poi ci sono gli Itf Superiori, che sono distribuiti in tutto il territorio. L’80 % degli studenti che escono dagli Itf trovano lavoro e soddisfazioni professionali».
Quindi dimentichiamo il classico percorso umanistico, e facciamo prima l’Istituto tecnico e poi due anni di specializzazione. E’ così?
«Sì. Se un giovane vuole lavorare e svolgere un lavoro importante capace di dargli soddisfazione anche economica, questa è la strada più agevole».
Situazioni diverse tra nord e sud?
«Mah, non direi. Ci sono 146 Itf Academy in Italia, minimo uno per ogni distretto industriale. Sono altamente specializzati nello studio delle applicazioni dell’Intelligenza artificiale, automazione dei processi produttivi, digitalizzazione… in Sicilia ad esempio c’è una scuola formidabile nello sviluppo della fibra ottica; in Puglia, che sta diventando una piccola Lombardia per certe materie, si stanno sviluppando competenze in meccatronica e logistica, disciplina che integra meccanica, elettronica, informatica e automazione».
Addio alle “care lettere”…
«Lei mi ha chiesto di illustrarle il percorso più agevole e redditizio per lavorare in Italia, o sbaglio?».
Non sbaglia.
«E allora lasci stare le facoltà umanistiche. Sia chiaro, sono bellissime, formative, in grado di ampliarti la mente e la conoscenza del mondo. Ma c’è sempre tempo per cambiare rotta: ho conosciuto diverse persone che dopo essersi laureate in lettere o sociologia grazie alla loro curiosità si sono indirizzate verso studi scientifici ottenendo risultati straordinari».
Non abbiamo affrontato il tema del calo delle nascite, che comunque impatta sul mercato del lavoro. Come fare per convincere i giovani a fare figli?
«Ci sarebbero piccole ma decisive cose che si potrebbero fare – interviene Rosario Rasizza – ad esempio lo Stato potrebbe far portare in piena detrazione fiscale gli stipendi pagati alle baby sitter e questo farebbe anche emergere il nero che soffoca il settore. Si potrebbero aumentare gli asili nido pubblici e aiutare economicamente quelle famiglie che dopo giugno si trovano costrette a far tenere i bambini nelle cosiddette scuole estive. Si potrebbe soprattutto snellire la burocrazia e quando porti un voucher lo stato te lo deve pagare subito e non dopo quattro o cinque mesi».
Badanti e baby sitter?
«Due facce della stessa medaglia, ci sarebbe molto da fare. L’invecchiamento e il calo demografico – costituiscono una fetta di mercato del lavoro molto ampia e tuttavia, a me sembra, quasi sopportata»
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