Ha una laurea in Ingegneria elettronica, un master in Marketing e un MBA presso la Harvard Business School: Pietro Peligra, fondatore di Spit, racconta il ruolo dei social nel rapporto notizia-giovani. «È cambiato il modo di conoscere le cose e i media devono adeguarsi. L’Ia è un supporto»,dice nell’intervista è stata pubblicata sul cartaceo di Mamme Magazine di sabato 20 giugno 2026
di Nino Materi
Pietro Peligra, 48 anni, siciliano, è tra i soci fondatori del gruppo SAE, di cui fa parte anche questa testata. SAE è l’acronimo di Sapere Aude Editori. L’espressione latina “Sapere aude” significa «Osa sapere», esortazione attribuita al filosofo tedesco Immanuel Kant ed è considerato il motto dell’Illuminismo: un riferimento di buon auspicio per un editore, Alberto Leonardis, che prova a riaccendere la luce in un pianeta dell’informazione a rischio eclissi.
Pietro Peligra è un imprenditore da quasi vent’anni con un MBA ad Harvard, laureato in Ingegneria Elettronica e spazia dall’editoria alle produzioni cinematografiche, dal marketing al web, dalla pubblicità alla creazione di contenuti social. Parola d’ordine: comunicazione innovativa. Declinata a 360 gradi. Con lui tentiamo di capire dove vanno i media in rapporto ai giovani. E viceversa.
Lei è stato CEO di Rolling Stone Italia e Variety Italia. Oggi qual è la relazione tra giovani e mass media?
«I giovani non consumano più i media: li abitano. La distinzione tra produttore e fruitore di contenuti è definitivamente caduta. Chi ha meno di 25 anni non cerca l’informazione ma la intercetta, la filtra, la remixa. Il mass media tradizionale, per loro, è uno sfondo, non una fonte. La sfida è capire come tornare a essere protagonisti di quel flusso, non comparse».
Oggi nessun under 20 direbbe: “È vero perché l’ho letto sul giornale o l’ho ascoltato in televisione”. È un bene o un male?
«Dipende da cosa sostituisce quella certezza. Se al posto dell’autorità della testata subentra il pensiero critico e la verifica delle fonti, è un grande progresso civile. Se invece vince la camera d’eco dell’algoritmo dove è vero ciò che conferma ciò che già credi, allora abbiamo perso qualcosa di fondamentale. Il problema non è che i giovani non credano più ai giornali, è che spesso non hanno ancora imparato a non credere nemmeno ai loro feed».
I social, nel mondo dell’informazione, hanno avuto lo stesso effetto del “meteorite” che ha estinto i dinosauri, là dove i dinosauri rischiano ormai di essere i giornali e i telegiornali. Risuscitarli in qualche modo è irrealistico o possibile?
«I dinosauri non tornano, ma i loro eredi, gli uccelli, volano ancora. I giornali non possono sopravvivere replicando il formato novecentesco, ma possono reinventarsi come luoghi di senso in un ecosistema di rumore. L’approfondimento, il contesto, l’inchiesta: sono esattamente ciò che l’algoritmo non sa fare. Chi saprà portare queste qualità dentro i formati nativi digitali — newsletter, podcast, video brevi ma densi — ha ancora un futuro. Non è fantascienza: è già successo con il New York Times e con Substack».
I “vecchi” media pagano più la crisi di autorevolezza o la mancata connessione con i temi che interessano maggiormente la generazione dei nativi digitali?
«Sono due facce della stessa medaglia, e si alimentano a vicenda. I vecchi media hanno perso autorevolezza anche perché hanno continuato a parlare di ciò che interessava a loro, non a chi li avrebbe dovuti leggere. Un ventenne non trova quasi mai nei TG nazionali un racconto autentico della sua vita, delle sue ansie, del suo futuro. Quando l’agenda editoriale ignora sistematicamente una generazione, quella generazione smette di sentirti rilevante. E ha ragione».
Il professor Mario Abis sostiene che “i giovani dai 15 ai 30 anni hanno abbandonato l’intero paradigma comunicativo novecentesco – lineare, monodirezionale, verticale – e ne abitano uno radicalmente altro, circolare, globale, in costante evoluzione”.
«Condivido pienamente, e aggiungerei una dimensione che spesso si sottovaluta: per i nativi digitali la comunicazione non è solo circolare e globale, è anche radicalmente incarnata nel presente. Non esiste “ieri” nel loro ecosistema informativo, esiste il trending di adesso. Questo crea una sfida enorme per chi fa informazione con tempi di produzione tradizionali. Ho visto questa trasformazione da vicino lavorando con i team editoriali di Rolling Stone: chi non aveva metabolizzato questo passagio culturale produceva contenuti tecnicamente corretti ma comunicativamente morti».
Gli esperti di mass media sostengono che “nei prossimi 35 anni nuove professioni nasceranno nell’intreccio tra sapere convergente e opinione critica attiva”.
«Direi che è già in corso. I creator, i community manager, i curator algoritmici, gli strategist di piattaforma: sono professioni che dieci anni fa non avevano nome. Quello che ancora manca e su cui stiamo lavorando con SPIT Media è la capacità di incrociare l’auto comunicazione con la qualità editoriale. Il sapere convergente di cui parlano gli esperti ha bisogno di struttura: altrimenti resta rumore ben confezionato. Le professioni del futuro saranno ibride: metà giornalista, metà data analyst, metà community builder».
La sensazione è che i giovani più che seguire l’informazione, la creino con la forza dei loro telefonini…
«Il pro è straordinario: abbassamento radicale delle barriere all’accesso, pluralità di voci, velocità di reazione agli eventi. Il contro è altrettanto serio: nessun filtro editoriale, nessuna responsabilità formale, viralità che premia l’emozione sulla verità. Quando un ragazzo di 19 anni documenta in diretta un evento con il suo iPhone può battere qualsiasi inviato speciale in termini di tempestività. Ma senza contesto, senza verifica, senza deontologia professionale, quella stessa velocità può diventare un’arma di disinformazione di massa».
Da ragazzo, che rapporto aveva con i media? E come si è evoluto nel tempo?
«Da ragazzo in Sicilia i media erano autorità. Li consumavo con reverenza, quasi con soggezione. Poi gli studi di Ingegneria Elettronica mi hanno insegnato a smontare i sistemi per capire come funzionano, e ho iniziato a guardare i media con lo stesso occhio critico che applicavo ai circuiti. Oggi il mio rapporto è di curiosità militante: seguo tutto, mi fido di poco, verifico sempre».
Lei ha contatti quotidiani con diversi operatori della comunicazione nell’accezione più ampia del termine. Cosa l’affascina e cosa la “disturba” di questo mondo?
«Mi affascina la velocità con cui tutto cambia e chi si ferma è già indietro. Mi disturba la tendenza al cinismo autoreferenziale: troppi operatori della comunicazione parlano tra loro, si convincono di contare più di quanto contino davvero. L’informazione che non raggiunge chi non la stava già cercando non è informazione: è un club privato. E i club privati si svuotano».
Intelligenza artificiale nell’informazione: risorsa o punto di “caduta”?
«Risorsa se usata con intelligenza editoriale, rischio reale se usata come scorciatoia. L’AI può fare cose straordinarie: monitorare fonti in tempo reale, automatizzare la routine per liberare i giornalisti per ciò che conta davvero: la competenza, le relazioni, il giudizio. Ma se diventa un modo per tagliare le redazioni e riempire pagine con contenuti generati senza supervisione umana, produce solo rumore di qualità apparente. La scommessa è usare l’AI per amplificare il talento editoriale, non per sostituirlo».
I giornali sopravviveranno al loro stesso declino?
«Alcuni sì, molti no, e la differenza la faranno le scelte editoriali dei prossimi tre anni, non i prossimi trenta. Chi si reinventa come brand di fiducia su nicchie verticali, chi costruisce comunità attorno alla propria identità editoriale, chi trova modelli di revenue alternativi alla pubblicità display sopravviverà e probabilmente prospererà. Chi aspetta che il mercato si stabilizzi, troverà che il mercato ha già deciso per lui».
Lei come titolerebbe questa intervista?
«L’informazione non è morta. Ha cambiato indirizzo».

