La donna tradita diventa una madre feroce: Caterina Murino interpreta Medea e accende una luce sugli infanticidi

Ogni infanticidio riporta al mito di Medea che, tradita dal suo Giasone, ucciderà i loro figli per demolire ogni residuo di legame con l’amato. Un archetipo universale di ribellione e distruzione intensamente interpretato dall’attrice Caterina Murino: una donna tradita e che chiede aiuto – inascoltata – prima della tragedia

di Manuela Vacca

 

L’atto è mostruoso. Non si può che restare sgomenti davanti alle cronache di una madre in grado di ammazzare i propri figli. L’infanticidio è abominio e il comportamento di un genitore volto a distruggere il legame con l’altro coniuge, usando i figli come strumento di vendetta, è individuato da psicologia e criminologia come sindrome di Medea, proprio dall’omonima tragedia greca.

Ma il delitto non si compie all’improvviso: quante donne gridano aiuto? Occorre cogliere per tempo i segnali prima del raptus, mentre il mito resta di grandissima attualità.

A teatro in una chiave contemporanea

A rileggere il dramma greco e riportare sul palco la figura di Medea è l’attrice cagliaritana di fama internazionale (tanti i ruoli, anche se nessuno dimentica che fu la Bond Girl di Casino Royale, il primo di Daniel Craig). Lo fa nello spettacolo omonimo su testo del regista Orlando Forioso e produzione del Teatro di Bastia.

Il debutto della tournèe italiana di una nuova versione dello spettacolo avviene nella terra natia dell’interprete, in apertura della seconda edizione del Quartu Cultura Festival, nella splendida cornice del parco di Molentargius che unisce la città di Cagliari con quella di Quartu Sant’Elena.

Una messinscena in cui i 15 monologhi della protagonista costruiscono un dialogo, nei video in bianco e nero pieni di suggestione, con la musica del coro còrso di soli uomini A Filetta. Uno tra i gruppi di canto polifonico più raffinati del Mediterraneo che il pubblico isolano conosce in alcune sorprendenti esibizioni locali, come alla manifestazione Time in jazz di Paolo Fresu, e di cui ha potuto apprezzarne il talento nelle efficaci installazioni multimediali.

Il dolore e la furia

Nella rilettura in chiave contemporanea la pièce si apre con la visita guidata al museo e al dipinto della “Médée furieuse” del pittore romantico francese Eugène Delacroix, in cui l’artista riesce a cogliere il conflitto tra furia e ragione che condurrà all’atroce delitto. Si attende una star (la stessa Murino), per l’inaugurazione.

Poi si entra nel vivo nel dramma. Veste i panni di Medea, che si lamenta delle sue sofferenze. Principessa della Colchide e maga, tradisce la sua famiglia e uccide il fratello per amore di Giasone, eroe greco arrivato a sottrarre il vello d’oro. Fugge con lui e avranno due figli. Eppure, dopo averlo aiutato nel suo trionfo, l’eroe la ripudia perché decide, per ambizione politica, di sposare la figlia del re di Corinto.  Così Medea e i suoi figli saranno costretti all’esilio e all’ignominia come stranieri.

Medea è una donna distrutta, si tiene insieme solo per mezzo di una profonda rabbia. “Domani ammazzo i miei figli per amore”, dice. Le immagini mostrano architetture di pietra e gli occhi pieni di ira di Medea. “Una sola è la causa, Giasone”, esclama. La donna e madre viene consumata dal rifiuto, sia come moglie che come essere umano e straniera. La follia la conduce alla decisione di colpire il traditore nel solo legame rimasto tra loro: i figli.

L’interpretazione

L’adattamento indaga questo dolore senza tempo e funziona al meglio quando la potenza della parola recitata si sposa con le polifonie del coro A Filetta. Assai convincente l’interpretazione di Caterina Murino, che restituisce una figura credibile nel suo sconvolgimento emotivo, lacerata nella sua identità: una Medea dilanianta dal dolore e che chiede aiuto prima che la tragedia si compia. “Sono fredda, sono determinata”, le parole della protagonista prima del delitto, rappresentato con grande eleganza.
Il mito si dissolve quando si riaccendono le luci nel museo e si ritorna all’oggi. Il quadro rimane come un monito, anche se si cerca un registro più leggero per allontarsi dalla tragedia. Eppure un dolore lacerante, che appartiene a tante donne, ancora aleggia.

Foto: Caterina Murino (Ufficio stampa)

 

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