Paola Concia, 63 anni, storica attivista, spiega cosa resta del femminismo: «Noi ci siamo battute per i diritti di tutte. Oggi la cultura woke cancella l’identità femminile con quelle neutre». L’inervista è stata pubblicata nel cartaceo di Mamme Magazine di sabato 16 maggio 2026
Di Daniela Vergara
Che fine hanno fatto le femministe? E oggi la donna ha ancora bisogno di un movimento che le rappresenti? Ne abbiamo parlato con Paola Concia da molti anni figura centrale del femminismo dialogante che risponde subito sì , c’è ancora bisogno. Non è finita, c’è ancora molto da fare.
Paola Concia si divide tra l’Italia e la Germania, dove vive con la moglie Ricarda. L’abbiamo raggiunta al telefono, e subito spiega come sia diventata femminista.
«Ho avuto una mamma femminista, molto impegnata in politica. Faceva parte , come mio padre, dell’Azione Cattolica e lì si erano conosciuti. Fin da piccola lei mi ha insegnato il valore della libertà. La prima spinta all’autodeterminazione, ad essere una donna libera che lotta per i diritti viene proprio da lei».
Il privato è politico. Forse lo slogan più famoso del primo femminismo degli anni ’70. Cosa c’era dietro a quelle quattro parole?
«In quegli anni nacquero i gruppi di autocoscienza affinché le donne acquisissero la consapevolezza della loro condizione. Parlavano tra di loro, delle loro vite, rendendo pubblico il loro privato. È li che nasce “il privato è politico”. Ha dato molta forza al movimento, unendo le donne in una battaglia comune».
A proposito degli anni ‘70 la spinta femminista è stata fondamentale per l’approvazione di due storiche leggi -nel ’70 quelle sul divorzio e nel ’78 la 194 sull’aborto. Ma perché si è dovuto aspettare il l’81 per la cancellazione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore?
«Questo è un capitolo brutto delle battaglie delle donne, diciamo anche che purtoppo abbiamo dovuto aspettare anche per un altro passaggio decisivo: solo nel ’96 la violenza contro le donne da delitto contro la morale è diventato delitto contro la persona. La società era quello che era e ci sono stati anni difficili in cui non si riusciva a vincere determinate battaglie».
In quegli quegli “anni difficili” essere femministe voleva dire sradicare concetti e preconcetti nella società. A volte con fantasia e confronto, ma spesso usando furore. Era veramente necessario quel furore?
«Sì era necessario. Per rompere tutte quelle gabbie ci voleva qualcosa di veramente molto forte e dirompente».
Oggi c’è un nuovo femminismo ? E un nuovo metodo?
«Non mi pare che i metodi del neo femminismo di oggi siano molto efficaci. Questo femminismo è molto incattivito, poco inclusivo, moralista, dogmatico e poi non mi pare che porti a grandi conquiste. E’ un movimento molto diverso dal femminismo universalista, nel quale mi riconosco. Ed è anche molto elitario, ben diverso dal femminismo degli anni ’70».
Universalismo contrapposto a particolarismo. E parliamo di solidarietà alle donne da parte di altre donne. Esistono vittime di serie A e di serie B?
«Sì oggi sì. Questo neo femminismo discrimina molto, categorizza e, decide quali siano le donne degne di essere sostenute e difese, Ci sono, purtroppo è vero, vittime di due categorie e io lo trovo totalmente inaccettabile. Per il femminismo universalista in qualsiasi parte della terra va sostenuta la lotta alle discriminazioni e alle violenze, a prescindere da quale etnia, religione, gruppo sociale o politico vengano le vittime. Per me, per esempio, la libertà e la vita delle donne palestinesi valgono quanto quelle delle donne ebree e delle donne iraniane. E inoltre, il neofemminismo più acceso pratica il “no debate ” non vuole, cioè, dibattere pubblicamente, non vuole il confronto, discute solo al suo interno. Questo è frutto dei nostri tempi cosi polarizzati, e conduce alla morte del pensiero».
Quello che mi dice porta dritto dritto al “Me too”che compie 20 anni. Con il caso Weinstein da americano è diventato globale ed ha acceso i riflettori sul rapporto sesso potere nel mondo di Hollywood e non solo. Ma c’è un ma. Non ha forse portato al cosiddetto femminismo woke che molti criticano?
«Voglio ribadire che il Me too nasce come molto positivo. Poi ha avuto i suoi eccessi. Per woke si intende: “stai sveglia sui tuoi diritti» . Io sono woke, tutte le donne che tengono ai propri diritti sono woke. Ha assunto però un’accezione negativa quando si è estremizzato. L’estremismo woke ha fatto tanti danni in America e non solo».
Quindi, anche da noi?
«Soprattutto nei paesi anglosassoni ha avuto una grande influenza. Alcune cose dell’estremismo woke sono arrivate anche da noi. Ma oggi si è molto più vigili, anche perché si è visto come negli Stati Uniti sia
stato un boomerang e abbia prodotto l’antiestremismo woke di Trump. E questo mi fa dire: “care ragazze i vostri obiettivi e metodi sono disastrosi. Avete prodotto una reazione altrettanto violenta, come dice la legge fisica,uguale e contraria».
Il femminismo è anche di destra ?
«Certamente sì. Tante donne di destra hanno scritto e si sono occupate dei diritti delle donne. E non dimentichiamo che la prima Presidente del Consiglio è una donna di destra. Può non piacere alla sinistra, ma il tetto di cristallo, l’ha rotto la Meloni. E’ una cosa positiva, che ha portato conseguenze anche nel PD tanto che Elly Schlein, a cascata, è diventata la prima segretaria del partito. Dovevano contrapporre una giovane donna ad una giovane donna».
Ma ,allora quale è la differenza tra femminismo di destra e di sinistra ?
«Prima differenza è che c’è la valorizzazione della maternità come identità, poi il deciso rifiuto alla maternità surrogata. Il grande contrasto, va però chiarito, è con il femminismo estremista woke per il quale la maternità come destino è una gabbia e la maternità surrogata una valida opzione».
Il suo libro che, ha spiegato nasce dalla voglia di dialogare, ha un titolo intrigante. Quel che resta del femminismo. E allora mi dica. Cosa resta?
«Resta tanto e resta anche tanto da fare. Restano le tante battaglie vinte che bisogna continuare a difendere e le tante battaglie ancora da fare. Guardiamo alla politica. Giorgia Meloni non si definisce una femminista. Io penso invece che sia una femminista inconsapevole. La sua presidenza è anche figlia di tutte le conquiste fatte negli ultimi decenni dalle femministe, conquiste che, riuscendo a cambiare la società, hanno reso possibile il suo successo. Il femminismo è vivo e vitale. Ma, attente alle fughe in avanti che rischiano di mortificare l’identità femminile».

