L’editoriale è stato pubblicato nel cartaceo di Mamme Magazine di sabato 19 settembre 2026
di Manila Alfano
«Qualcosa è andato storto» dice la garante per l’infanzia Marina Terragni. Ed effettivamente sembra proprio così per la famiglia Trevallion, la famiglia anglo-australiana costretta a separarsi dai tre bambini secondo la decisione del Tribunale dell’Aquila perchè vivevano in un contesto di forte isolamento.
È durato oltre un anno, un tempo oggettivamente molto lungo, soprattutto se misurato con il ritmo della crescita di tre bambini piccoli questa separazione forzata. Eppure, va ribadito, la giustizia minorile almeno in questo caso ha infine perseguito il suo obiettivo: non sottrarre definitivamente i figli ai genitori, ma accompagnare questi ultimi a recuperare le condizioni necessarie perché la famiglia potesse tornare a vivere insieme.
E oggi se possiamo uardare il bicchiere e non vederlo più mezzo vuoto, è perchè la coppia anglo-australiana, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion hanno accettato di rispondere alle richieste formulate dai giudici, hanno regolarizzato la propria situazione abitativa, avviato i percorsi sanitari richiesti, collaborato con i servizi sociali, garantito l’inserimento scolastico dei figli e dimostrato di avere costruito le condizioni ritenute necessarie per il loro rientro.
Se oggi la famiglia può avviare un percorso di ricomposizione è proprio perché quel percorso ha raggiunto il risultato per cui (a ragione o a torto, nelle modalità giuste o sbagliate) era stato avviato. Il caso trae origine dalla segnalazione dei servizi sociali relativa alla situazione di tre minori che vivevano con i genitori in un contesto di forte isolamento sociale, all’interno di una casa priva di utenze e in condizioni abitative ritenute problematiche.
La scelta dei genitori, Catherine e Nathan, come emerge dagli atti, era quella di offrire ai figli “una realtà scevra dai problemi del mondo”, attraverso uno stile di vita radicalmente separato dalle istituzioni sociali, dalla scuola e dai servizi pubblici. Eppure cosa resta di questa storia?
Intanto la percezione, come sostiene giustamente la Garante per l’Infanzia, c’è la sensazione che qualcosa sia andato storto. A partire dai tempi. Enormi. Il Tribunale allontana i bambini da una famiglia che non è maltrattante ma li ha tenuti in un contesto ritenuto isolante per i bambini. Scegliere di vivere in un bosco, in una casa che non ha le utenze e un cavallo che entra in salotto è certamente inusuale ma siamo sicuri che era così necessario allontanare i piccoli che erano felici, con genitori accudenti, e metterli in una struttura, ha creato una ferita enorme. Bambini strappati all’amore della famiglia e portati all’improvviso in un contesto diverso rispetto a quello che erano abituati.
Un anno. Un lunghissimo anno di dolore. Era necessario? Non era possibile trovare una mediazione, a fronte di una disponibilità dei genitori che hanno poi dimostrato, riavvicinare i bambini? Ora, dopo tutti questi mesi si intravede la luce. Che questa storia sia un monito per il futuro.
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