L’aggressività si argina, perché chiedere aiuto non dev’essere una vergogna o una colpa

“Io consulente dei minori in crisi vi dico che l’aggressività si argina”, dice l’esperto nell’editoriale, che è stato pubblicato sul cartaceo di Mamme Magazine di sabato 11 aprile 2026

di Armando Cecatiello

Ci sono famiglie che arrivano a chiedere aiuto quando il confine tra educazione e sopravvivenza è già saltato. Madri e padri stremati, umiliati, terrorizzati in casa propria. Fratelli che vivono nel timore di uno scatto d’ira, di un’aggressione, di una notte ingestibile. Genitori che nascondono chiavi denaro, documenti, farmaci. Che dormono male, sempre in allerta, temendo urla, minacce, fughe, porte sbattute, oggetti lanciati, ritorni a casa sotto effetto di sostanze. Persone che non sanno più se stanno cercando di salvare un figlio o di salvare sé stesse.

L’avvocato Armando Cecatiello

Nella mia esperienza di avvocato familiarista e di curatore speciale del minore, davanti al Tribunale per i minorenni ho incontrato molte storie così. E ho imparato una cosa che il dibattito pubblico fatica ancora ad ammettere: non tutti i ragazzi difficili arrivano alla devianza per bisogno o marginalità economica. Molti precipitano in una spirale di ribellione, opposizione, ingestibilità. La loro non è soltanto trasgressione: è una sfida continua al limite, all’autorità, alle regole della convivenza. E spesso il primo luogo in cui questa ribellione esplode è proprio la casa.

Non parlo soltanto di comportamenti antisociali, che pure possono esserci. Parlo soprattutto di ragazzi violenti con i genitori, con i fratelli, con chiunque provi a contenerli. Ragazzi che insultano, minacciano, spintonano, rompono, devastano. Ragazzi che rendono la vita familiare un terreno di paura quotidiana. È una violenza che lascia segni profondi, anche quando non produce lividi visibili: consuma i rapporti, distrugge l’autorevolezza adulta, isola la famiglia nel silenzio e nella vergogna.

E poi c’è un momento che non si vede, ma che cambia lo sguardo. Quando li incontri. Quando, dopo aver letto nei fascicoli pagine dure, fatti anche gravi, li hai davanti. Ragazzi ancora molto giovani, spesso spaesati, fragili in un modo che non ti aspetti. Ti guardano senza difese, a volte con rabbia, più spesso con una fatica che non sanno nominare. E in molti casi emerge anche altro: una sofferenza profonda, e perfino un dolore autentico per ciò che hanno fatto passare ai genitori.

Ed è lì che capisci che dietro la violenza non c’è solo rottura, ma anche un legame che, per quanto ferito, non è del tutto perduto.

Dietro questi comportamenti ci sono spesso adolescenze fragili, identità in frantumi, incapacità di tollerare la frustrazione, vuoti affettivi, sofferenze profonde. E sempre più spesso c’è l’uso di sostanze, che amplifica l’aggressività, abbassa i freni inibitori, rende ancora più difficile ogni tentativo di contenimento.

L’alcol, la cannabis, le droghe sintetiche non sono sempre l’origine del problema, ma diventano molto spesso un acceleratore micidiale. Trasformano il conflitto in minaccia, l’impulsività in violenza, il disagio in rottura aperta del patto familiare e sociale.

A volte, poi, dietro il ragazzo ingestibile si scopre molto altro: problemi psichici mai diagnosticati, disturbi del comportamento, fragilità neuropsichiche non lette in tempo, sofferenze evolutive che nessuno ha saputo nominare. Ragazzi liquidati troppo in fretta come cattivi, viziati, irrecuperabili, che invece portano dentro un dolore serio, non riconosciuto e quindi mai curato davvero. E questo non per assolverli, ma per comprendere che senza una lettura corretta non esiste intervento efficace.

Il punto più doloroso resta la disperazione dei genitori. Perché quando la situazione precipita, gli strumenti civilistici sono spesso scarsi, lenti, talvolta poco incisivi rispetto all’urgenza concreta del pericolo. La famiglia è nel pieno della tempesta, ma le risposte arrivano tardi o non bastano.

E allora accade qualcosa che, per un padre o una madre, è innaturale e straziante: denunciare il proprio figlio per tentare di salvarlo. È un passaggio drammatico, eppure reale. Ci sono famiglie che ar-
rivano alla denuncia come ultima richiesta di protezione. Chiedono di essere aiutate a fare ciò che da sole non riescono più a fare: contenere, proteggere, curare.

In questo quadro, la comunità viene spesso raccontata come una sconfitta. Io penso che, in molti casi, sia vero il contrario. La comunità può essere necessaria. A volte è sal-
vifica. Ho visto ragazzi rinascere in comunità. Ragazzi che a casa erano diventati incontenibili e che, in un contesto educativo serio, fatto di re-
gole, ascolto, orari, relazioni affidabili e competenze terapeutiche, hanno lentamente ricominciato a vivere. Hanno
ritrovato il sonno, la parola, il senso del limite, perfino una possibilità di futuro. Non è una formula magica e non funziona sempre. Ma negarne il valore per pregiudizio
ideologico significa lasciare soli i ragazzi e sole le famiglie.

Naturalmente la comunità da sola non basta. Serve una rete vera: magistrati, avvocati, servizi sociali, neuropsichiatria, terapeuti, scuola, educatori, famiglie. Serve il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Serve uscire dall’alternativa sterile tra permissivismo e repressione. Capire non significa giustificare.

Punire non basta a curare. Ma neppure minimizzare, aspettare, rinviare.

La verità è che nessun ragazzo dovrebbe essere ridotto al suo errore peggiore, e nessun genitore dovrebbe sentirsi solo davanti al fallimento di ogni tentativo. Ho visto famiglie spezzate ritrovare un equilibrio possibile. Ho visto ragazzi che sembravano perduti riemergere, poco alla volta, e sorprendere tutti. Per questo, davanti al disagio minorile più grave, non dovremmo mai scegliere tra rassegnazione e punizione. Dovremmo invece continuare a cerca-
re, con fermezza e umanità, la strada che permetta di proteggere i genitori senza smettere di credere che anche un figlio difficile possa ancora cambiare.

*Armando Cecatiello è avvocato, esperto di diritto di famiglia e tutela dei minori, curatore speciale del minore su incarico del Tribunale e della Corte d’Appello di Milano. Da oltre venticinque anni si occupa di crisi familiari, adolescenza e protezione delle persone fragili. È autore, con Laura Veneroni, di “Adolescenti. Educare e crescere senza paura”. Amazon

Foto di apertura: Pixabay

 

 

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