Il rapporto Istat. Donne sempre più preparate ma cresce il divario salariale

Cosa raccontano i dati dell’Istat sul lavoro delle donne che studiano e si preparano? L’articolo è stato pubblicato sul cartaceo di Mamme magazine di sabato 7 marzo 2026

di Chiara Mancioli

 

In Italia le donne non sono mai state così preparate. I dati sull’istruzione raccontano un Paese in cui le ragazze sono quasi il 60% dei laureati, studiano di più e con votazioni mediamente più alte. Eppure, questo apparente vantaggio non trova riscontro nel mondo del lavoro. Basta un numero per capire quanto la parità dei salari sia ancora distante: oltre 6.000 euro è la differenza media annua tra la retribuzione di un uomo e quella di una donna.

Se si osserva soltanto la paga oraria, il divario appare contenuto (5,6%), ma quando si considerano le ore effettive di lavoro, i contratti part-time o a termine e le interruzioni di carriera, la distanza aumenta.

A parità di titolo di studio, infatti, le donne laureate partecipano al lavoro quanto, e spesso più, dei colleghi uomini, ma continuano a percepire stipendi inferiori e ad incontrare maggiori ostacoli nell’accesso ai ruoli decisionali. Il cosiddetto “soffitto di cristallo” rimane una barriera tutt’altro che simbolica: proprio nei luoghi in cui si concentrano potere e retribuzioni più alte, la presenza femminile si assottiglia drasticamente.

Le donne rappresentano solo il 2,9% degli amministratori delegati e appena il 15,6% ricopre ruoli dirigenziali, una quota ancora ben distante dalla media europea.

A rendere questo percorso ancora più complesso, c’è la maternità. La nascita di un figlio, infatti, segna spesso uno spartiacque nella carriera femminile. Secondo il rapporto CNEL-Istat 2025, meno della metà delle madri tra i 25 e i 34 anni è occupata, a differenza di quasi il 92% dei padri.

Per molte, poi, il part-time diventa una soluzione obbligata, per riuscire a conciliare vita privata e lavoro. E quando una donna lascia l’impiego, nel 62% dei casi lo fa per ragioni familiari, contro meno del 5% degli uomini con le stesse motivazioni.

Su questi dati pesa in modo decisivo la carenza dei servizi e delle strutture a sostegno delle famiglie e dell’infanzia. In molte aree del Paese, ad esempio, trovare posto in un asilo nido è difficile, se non impossibile: appena un bambino su quattro riesce ad accedere; nel Mezzogiorno addirittura solo il 17%.

Il divario salariale, dunque, è solo la punta di un iceberg. Oggi quasi una donna su quattro si trova in una condizione lavorativa definita “vulnerabile”.

Se sette uomini su dieci possono contare su un impiego “standard”, stabile e a tempo pieno, tra le donne la quota si ferma al 54% e solo il 19% trova spazio nelle discipline scientifico-tecnologiche, quelle che offrono prospettive salariali più alte.

Qualcosa, tuttavia, sta cambiando. La Direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza retributiva, in fase di recepimento in Italia, introduce l’obbligo per le aziende di rendere più chiari i criteri salariali.

Il gender pay gap, infatti, non è soltanto un problema di numeri: è il risultato di una storia collettiva fatta di percorsi rallentati, carichi sproporzionati e opportunità diseguali.

E quindi sì, la sfida è creare le condizioni perché le donne possano lavorare meglio, con le stesse possibilità di crescita, stabilità contrattuali e riconoscimenti economici dei loro colleghi uomini.

Foto: Pixabay

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