Un giovane su due si confida con l’IA: «Non giudica e non mette pressione»

I numeri di Save the children descrivono un quadro da osservare con attenzione: gli adolescenti usano l’intelligenza artificiale non solo per trovare informazioni quando fanno i compiti ma persino per cercare conforto. L’articolo è stato pubblicato sull’inserto cartaceo di Mamme Magazine uscito sabato 28 febbraio

di Manuela Vacca

 

Fragilità, insicurezza, panico. Forse le dichiarazioni di uno studente sulla sua amicizia con ChatGtp farebbero meno scalpore davanti ai numeri dei giovani italiani che ricorrono agli strumenti di intelligenza artificiale (IA) per avere supporto nei momenti di ansia e tristezza. Lo ha fatto ben il 41,8% dei ragazzi e delle ragazze tra i 15 e i 19 anni intervistati, secondo la fotografia scattata da Save the children nella sedicesima edizione dell’Atlante dell’infanzia a rischio in Italia. La vita dei nativi digitali si srotola ormai in una dimensione onlife priva di barriere tra mondo fisico e virtuale.

Sarà anche per questo che, se si raffronta con il mondo dei grandi, si scopre che il 92,5% degli adolescenti ascoltati utilizza strumenti di IA, contro il 46,7% degli adulti. E il 30,9% dei giovani ne fa pratica quotidiana o quasi.Non la utilizza mai, solo il 7,5% di loro.

Quasi naturale la ricerca di informazioni (35,7%) o l’aiuto per compiti (35,2%), traduzioni (19,8%) e persino scrittura di testi (18,7%). C’è poi uno scopo ludico per il 21,4% o la voglia di aumentare il proprio benessere (7,1%). Quindi i suggerimenti utili per la vita quotidiana (15%) o per trovare compagnia (4,2%).

Ecco che giovanissimi aprono un dialogo con l’IA per avere consigli non solo su scuola e lavoro ma anche su sentimenti e relazioni. Da un lato si cercano alternative per condividere stati emotivi, dall’altro c’è un forte rischio di isolamento anziché avventurarsi in un dialogo con altri.

Come spiega il docente universitario e presidente della Fondazione per la sostenibilità digitale, Stefano Epifani nel suo libro “Il teatro delle macchine pensanti”, in apparenza sembra che l’intelligenza artificiale ci capisca, ma in realtà non comprende. Si limita all’elaborazione di correlazioni statistiche tra parole e restituisce la sequenza più plausibile. «La coerenza del testo non è comprensione. È calcolo. E il senso lo proiettiamo noi», avverte l’autore.

Una considerazione basilare e rilevantissima. Eppure, accanto a quel 41,8% di adolescenti che dice di avere chiesto aiuto a ChatGtp e simili quando si è sentito triste, solo o ansioso, va sottolineato che il ricorso a questi strumenti è ritenuto fondamentale dal 49,1% di loro.

Inoltre il 47,1% è convinto che se usasse di più l’intelligenza artificiale avrebbe un valido aiuto nella vita personale. Bisogna comprendere le ragioni di questa attrazione. Dell’IA piace che sia sempre “disponibile”, afferma il 28,8%. Altre apprezzabili caratteristiche? Il 14,5% dice: «mi capisce e mi tratta bene» e il 12,4% «non mi giudica».

Il 9,3% usa Character IA e Anima o altre chatbot relazionali che, rispetto agli assistenti virtuali classici, sono sistemi tesi a costruire un legame con l’utente attraverso un linguaggio naturale, una personalizzazione e la simulazione di empatia. Il 48,4% ha condiviso informazioni della sua vita reale e ben il 58,1% degli utilizzatori ha cercato consigli su qualcosa di serio e di importante per la propria vita (il 14,3% spesso, il 43,8% qualche volta). E il 63,5% ha trovato più soddisfacente confrontarsi con l’IA che con una persona reale.

Raffaela Milano, direttrice del Polo ricerche di Save the Children, dice: «L’intelligenza artificiale è ormai entrata nella quotidianità degli adolescenti svolgendo in alcuni casi un preoccupante ruolo di conforto emotivo. È urgente un dialogo intergenerazionale per comprendere a fondo rischi e opportunità di questo cambiamento e per ridisegnare i percorsi educativi, le responsabilità e definire adeguate politiche regolatorie».

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