L’intervista a Daniele Novara, pedagogista e autore, fondatore e direttore del CPP (Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la Gestione dei Conflitti) dal 1989, è stata pubblicata sull’inserto cartaceo di Mamme Magazine uscito sabato 28 febbraio
di Angelica Amodei

“Il papà peluche non serve a nulla – il padre educativo: la nuova figura di cui i figli hanno bisogno” (edito da BUR Rizzoli).
Davvero è in aumento il senso di solitudine dei ragazzi?
«Sempre più ragazzi oggi dichiarano di sentirsi soli e questo, dal punto di vista clinico e specialistico, non è affatto un dato sconosciuto. L’isolamento rappresenta attualmente il fenomeno più preoccupante per gli adolescenti, molto più della violenza, che nell’insieme risulta statisticamente marginale e persino inferiore rispetto alle generazioni precedenti. Tradizionalmente l’adolescente stava in gruppo, cercava compagnia, usciva con gli amici. Oggi molti adolescenti vivono una condizione di isolamento, spesso in casa, senza relazioni significative. Questo è considerato pericoloso perché dall’isolamento possono nascere vari disturbi psicologici».
È normale quindi che non parlino con i genitori? Si sentono giudicati?
«Durante l’adolescenza è normale allontanarsi dai genitori e parlare meno con loro. Un ragazzo preferisce parlare con un coetaneo piuttosto che con la madre o con il padre. Esistono studi che mostrano persino come la voce materna possa risultare fastidiosa agli adolescenti, mentre quella dei pari attiverebbe sensazioni positive. Questo significa che non ha senso interpretare il distacco come un segnale di rottura o di malessere: è una fase evolutiva naturale, necessaria alla costruzione dell’identità. Il problema è un altro: è che a volte non parlano con nessuno. Non è normale non avere amici o contatti sociali. Se il silenzio verso mamma e papà è fisiologico, l’assenza di relazioni con i coetanei no, ed è proprio questa la situazione che può preludere a difficoltà emotive e comportamentali. Fortunatamente molti ragazzi, crescendo, verso i diciotto o diciannove anni riescono comunque a costruire relazioni e connessioni sociali, ma quando l’isolamento dura a lungo diventa un fattore di rischio».
Alcuni studi, come un rapporto di “Save the Children”, ha rivelato che il 92 percento si rivolge all’Intelligenza Artificiale, anche per fragilità emotive. Come un confidente… Che cosa ne pensa?
«Esiste un segnale d’allarme. I ragazzi passano molto tempo sui telefoni, sui social e negli ambienti digitali. Il problema principale è proprio l’eccesso di realtà virtuale, una questione seria alla quale alcuni Paesi stanno già cercando di rispondere introducendo limitazioni sull’uso di smartphone e piattaforme social tra i minori. Queste piattaforme chiamate social non hanno nulla di realmente sociale. Non favoriscono relazioni autentiche tendono a creare esperienze individuali e chiuse. In rete non sai mai davvero con chi si sta interagendo, e questo rende le relazioni meno concrete. Il contatto diretto, lo sguardo, la presenza fisica e sensoriale restano elementi fondamentali per la crescita emotiva e relazionale».
Come dovrebbero comportarsi i genitori?
«Il problema è palesemente educativo. È necessario mettere dei limiti e “utilizzare” il padre in adolescenza. I figlioli non vogliono più saperne della mamma, rappresenta di più l’infanzia L’adolescenza è il momento del padre. Il ragazzino cerca la libertà ma i limiti dovrebbe metterli il padre. Insomma, la mamma si deve fare un pochino da parte»
Nel caso di un papà assente: come si deve comportare la mamma?
«Intanto i padri non andrebbero esclusi dalla gestione educativa, a volte accade anche questo. La mamma, pur con uno sforzo titanico perché comunque dal punto di vista emotivo fa molta fatica, sempre per il motivo che ha tenuto questo pargolo nella pancia, cerca di spostarsi sul versante paterno. Dando regole e limiti. Ne parlo nel mio ultimo libro Non fare il papà peluche. I figli hanno bisogno di un paterno educativo, che lavori sui limiti. Libertà e autonomia sì, ma con regole. Altro tema importante: il padre deve saper alimentare il senso del coraggio, la sfida per la vita, saper vivere, saper affrontare le proprie responsabilità… E se il papà non c’è è ovvio che la mamma deve fare una metamorfosi».
Quanto conta l’età dell’adolescente?
«Tutto dipende dall’età, le cose cambiano. Se il ragazzo ha tredici anni è una cosa, se ne ha diciassette è un’altra. A tredici anni il giovane non è ancora nell’adolescenza conclamata, il tipo di intervento è più efficace; a diciassette anni sarà un intervento proprio, come dire, di recupero. Ma il tema non cambia: è comunque sempre quello educativo».
E conta tutta la famiglia…
«Evitare di prendere iniziative da soli, bisogna sempre lavorare nella coppia genitoriale. Quando i genitori vengono da me con un’emergenza adolescenziale dico loro di venire insieme. La prima cosa è organizzarsi congiuntamente e lì eliminare ogni forma di intervento esclusivo. Poi, lavorare sul piano organizzativo: il padre gestisce la consegna del cellulare prima di andare a dormire, gestisce anche lo spazio per lo studio scolastico, gestisce lo spazio per lo sport, organizza l’estate. Mettere dei limiti agli spazi di libertà».
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