Secondo l’esperta non è un fulmine a ciel sereno quanto successo, venerdì 16 gennaio 2025, in una scuola di La Spezia. Qui uno studente 19enne è stato accoltellato e ucciso da un suo coetaneo. È necessaria la prevenzione, non ci si può limitare a invocare la repressione
di Francesca Birello*
I recenti fatti di cronaca che hanno sconvolto l’istituto “Chiodo” di La Spezia — l’omicidio di uno studente di 18 anni per mano di un compagno — ci lasciano senza fiato. Ma davanti a un coltello portato da casa e usato in un’aula, non possiamo parlare di un semplice “raptus”.
Quello che vediamo è l’esito finale di un processo lungo, silenzioso e spesso ignorato. Non è un fulmine a ciel sereno, ma il punto di rottura di un disagio che cresce nel tempo.
Perché accade? Oltre l’apparenza
La violenza giovanile non nasce dal nulla. Si nutre della difficoltà di tollerare la frustrazione e dell’incapacità di dare un nome alle emozioni. In un mondo che chiede di essere sempre “vincenti”, il coltello diventa un’illusione tragica: quella di contare, di farsi rispettare, di esistere finalmente agli occhi degli altri quando ci si sente invisibili.
La scuola non è la causa: è il luogo dove tutto esplode. È lì che le fragilità si scontrano, dove l’esclusione fa più male perché è pubblica.
L’effetto dei Social: I social non creano il disagio, ma lo rendono virale. Trasformano la rabbia in contenuto e la violenza in spettacolo, abbassando drasticamente l’empatia. Il gesto estremo diventa, purtroppo, un modo per costruire la propria identità.
I dati: un segnale d’allarme
Secondo i dati più recenti dell’Osservatorio sulla violenza minorile, gli episodi di aggressioni tra pari e il porto di armi bianche tra gli Under 18 sono in aumento del 15% negli ultimi due anni. Non sono solo numeri: sono grida d’aiuto di una generazione che fatica a trovare un senso al proprio dolore.
Come agire? La prevenzione è presenza
Come genitori e come comunità, non possiamo limitarci a invocare la repressione. La vera prevenzione passa da due pilastri fondamentali:
- educazione emotiva: dobbiamo insegnare ai ragazzi che la vulnerabilità non è una colpa e che la rabbia può essere verbalizzata prima di diventare gesto;
- presenza adulta: Essere presenti non significa controllare il cellulare, ma saper ascoltare i silenzi. Ogni atto violento racconta spesso una richiesta di aiuto rimasta inascoltata.
Il conto del silenzio degli adulti, prima o poi, arriva. Sta a noi decidere di esserci prima che il disagio diventi irreparabile.

Psicologa-psicoterapeuta
Sito: www.drssabirello-psicologofirenze.it
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