La ministra Roccella: «Bisogna sentirsi libere di poter essere madri»

Le politiche a favore della natalità per superare ostacoli sociali, economici e sul lavoro: Eugenia Roccella, ministra per le Pari opportunità e la famiglia, a “Mamme Magazine”. L’intervista è stata pubblicata sul cartaceo di Mamme Magazine di sabato 17 ottobre 2026

di Manila Alfano

 

La natalità e la libertà. Sembrano, all’apparenza, temi diversi, diversissimi, eppure hanno molto a che fare uno con l’altro. Ne è convinta la ministra per le Pari opportunità e la famiglia Eugenia Roccella. «Le donne – dice Roccella – devono essere libere di essere madri, se vogliono, senza rinunciare a realizzarsi anche in altri ambiti».

E, allora, creare le condizioni, favorire la possibilità di fare le proprie scelte. Ecco il grande obiettivo. «A volte – spiega Roccella – mi accusano di voler tenere le donne ancorate nel passato. Ma è vero il contrario. Quello che voglio è che le donne siano davvero libere di poter decidere. E quando hanno il desiderio di maternità che non sia stroncato da difficoltà oggettive, strutturali, economiche. Questa non è libertà».

Cosa può fare la politica per la libertà?

«La politica può fare molto, innanzi tutto costruire un contesto favorevole, dare a chi sceglie di fare una famiglia le condizioni migliori per poterlo fare».

Aiuti economici?

«Anche, ma non solo. Noi stiamo lavorando su tre direttrici. I trasferimenti diretti, cioè risorse che vanno direttamente alle famiglie, che abbiamo potenziato ad esempio aumentando l’assegno unico che era stato introdotto dal governo Draghi, e introducendo un contributo di mille euro per i nuovi nati».

E oltre ai trasferimenti diretti?

«Abbiamo lavorato molto sul tema della conciliazione. Il grande tema delle madri. La possibilità di  mettere insieme la maternità con il lavoro, per la donna è ormai un punto fondamentale, irrinunciabile».

Ci sono misure concrete?

«Congedi con tre mesi di retribuzione aumentata all’80 per cento e non solo: abbiamo innalzato ad esempio l’età del bambino per cui il genitore può chiedere un permesso al lavoro quando il figlio è a casa ammalato, e raddoppiato i giorni annuali».

E la terza?

«I servizi. Sappiamo che, senza servizi ,le famiglie sono sole e vanno in difficoltà. Oltre a costruire  nuovi asili, anche grazie al Pnrr, abbiamo aumentato molto i rimborsi per le rette dell’asilo nido, e abbiamo reso stabili i finanziamenti per i centri estivi».

Perché diminuiscono le nascite?

«Non è più solo un tema economico, questo ormai si è capito e lo abbiamo spiegato moltissime volte. Le donne hanno il diritto di voler fare carriera, di impegnarsi e sentirsi realizzate. Noi abbiamo il dovere di sostenerle nelle loro scelte».

Le donne si sentono sole?

«Ancora troppo spesso avvertono un peso sulle loro spalle. Ma che non sia solo un tema economico lo dicono i dati, basta vedere i Paesi in tutto il mondo per capire come funziona, non solo in Italia ma a livello globale».

E come funziona?

«I Paesi più ricchi sono anche quelli che fanno  meno figli. C’è un caso scuola che è la Corea. Una nazione che ha conosciuto negli ultimi anni uno sviluppo e una crescita fortissimi. Negli anni ’60, quando il Paese non aveva ancora fatto lo scatto in avanti, le donne avevano una media di sei figli a testa, oggi meno di uno».

Perché?

«Perché la demografia non è un mero calcolo matematico. Implica una serie di fattori. In Corea, ad esempio, il crollo della natalità è ancora più impressionante perché repentino, e coincide col momento in cui il Paese si è trasformato da marginale a protagonista dell’economia mondiale».

Cosa ci racconta questo caso?

«Che c’è un nesso, che può apparire paradossale, tra modernità, sviluppo e calo delle nascite. E ovvio che la possibilità di avere un buon lavoro, una retribuzione stabile e non precaria, poter contare su una casa con spazi adeguati, sono fattori che aiutano nella scelta. Ma i dati dimostrano che ci sono aspetti culturali sui quali intervenire richiede tempo, e che a mio avviso riguardano il valore sociale della genitorialità e in particolare della maternità».

Quindi?

«La donna, ad esempio, giustamente non può e non vuole più accollarsi i limiti di un sistema che non sorregge la maternità. Una carriera messa a rischio dall’arrivo di un figlio è qualcosa contro cui abbiamo combattuto dal primo giorno di legislatura. In una società come la nostra, la genitorialità deve diventare un valore sociale, ogni bambino è un bene per tutti».

È d’accordo con il congedo obbligatorio per i padri di cui parla la sinistra?

«Non credo nell’obbligatorietà. Soprattutto in materie come queste. Noi lavoriamo su un altro concetto: la premialità. Ad esempio, i padri che decidono di prendere almeno tre mesi di congedo parentale, anche non di seguito, hanno già ora un mese in più. È questa la strada su cui andare avanti con gli interventi. Incoraggiare è diverso da obbligare. Noi dobbiamo stimolare una mentalità. Questa è la nostra scommessa più grande».

Eppure molte giovani donne oggi non vogliono saperne di avere figli. Come si fa?

«Dobbiamo agire su più fronti in contemporanea. Far capire alle donne che non sono sole. A partire dall’incentivare la loro carriera».

E come si fa?

«Facendo politiche che favoriscano ambienti di lavoro accoglienti per i genitori. Un figlio non deve più essere considerato un “problema” nel curriculum. Deve diventare un valore sociale. E questo è un obiettivo a cui devono concorrere tutti: la politica, il mondo del lavoro e dell’impresa, i territori, il terzo settore. Noi stiamo potenziando i servizi fondamentali per offrire ai nuclei famigliari le condizioni migliori per affrontare la nascita, gli asili e i centri per le famiglie a cui abbiamo dato grande impulso, gli strumenti per i datori di lavoro per gestire più facilmente i periodi di assenza. Insomma, per adeguare al futuro le nostre politiche, partendo dai desideri delle donne e degli uomini di oggi. La politica deve avere una visione per il futuro, deve guardare ai giovani».

Come è cambiata la politica delle famiglie in questi anni?

«Be’, è cambiata in modo decisivo, basti pensare che, prima di questo governo, non esisteva un ministero per la natalità e non c’erano politiche per le famiglie come nuclei nella loro interezza. Tutto veniva demandato a singoli interventi di politiche sociali frammentate per categorie: i bambini, gli anziani, gli adolescenti, eccetera. Invece è importante sostenere le famiglie anche come nucleo, un gruppo fondato su relazioni forti, di amore e sostegno reciproco. Negli ultimi tempi, siamo riusciti a suscitare sensibilità maggiori, e si è capito che il tema demografico è un problema che investe tutti. Non è solo un problema di “chi ci pagherà la pensione”, ma è un fattore che andrà a coinvolgere ogni settore. Un Paese che non cresce e invecchia è un Paese destinato a morire, perché ha smesso di investire, e perché non ha più risorse anche in termini di persone, che non innova, che non ha spinte».

Oggi siamo tra i Paesi che fanno meno figli al mondo, così come gli altri Paesi più ricchi.

«Per anni i demografi di tutto il mondo ci avevano spiegato che c’era un sovrappopolamento sulla Terra, che eravamo di più di quanto il pianeta potesse sopportare. La cosiddetta “bomba demografica” era un tema in agenda di tutti i Paesi del mondo. Da lì sono state messe in atto politiche il cui esempio più noto è quella del figlio unico attuata in Cina, che negli anni Ottanta è stata addirittura premiata dalle Nazioni Unite. Oggi invece anche la Cina ha il problema opposto e si cerca di invertire la rotta, ma far risalire le nascite richiede tempo per poter produrre effetti concreti. Per decenni gli organismi internazionali come l’Onu hanno pensato che controllare le nascite significasse promuovere lo sviluppo, oggi si accorgono di aver sbagliato».

Non è stato così?

«No, non è stato così perché ci siamo ritrovati in quello che è stato definito il paradosso demografico. Più un Paese si sviluppa e meno c’è propensione a fare figli. Ecco perché, se vogliamo invertire il trend, e tornare ad un Paese che abbraccia la vita, che considera i figli come un valore, come una risorsa per l’intera società, occorre favorire la possibilità per le persone di scegliere liberamente di avere figli».

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