Il Reggio Emilia Approach I “cento linguaggi” dei piccoli e l’attenzione della principessa

La principessa del Galles lo ha voluto conoscere una realtà italiana dove il bambino è considerato soggetto capace di costruire conoscenza attraverso l’esperienza. L’articolo è stato pubblicato nel numero cartaceo di Mamme Magazine di sabato 19 settembre 2026

di Redazione Mamme Magazine

 

Dalla scuola nel bosco all’istruzione parentale, dalla pedagogia Steineriana al modello Reggio Emilia.

Intorno all’educazione dei bambini si confrontano oggi idee molto diverse: c’è chi sceglie di sottrarre il più possibile l’apprendimento ai modelli scolastici tradizionali e chi, al contrario, considera la scuola e la relazione con gli altri bambini parte essenziale della crescita. In mezzo ci sono esperienze pedagogiche che hanno fatto scuola ben oltre i confini italiani.

Una di queste è nata a Reggio Emilia e, a maggio, ha attirato anche l’attenzione di Kate Middleton, arrivata in città per conoscere da vicino il Reggio Emilia Approach.

La principessa del Galles lo ha voluto conoscere direttamente durante la sua visita in città del 13 e 14 maggio 2026, organizzata nell’ambito del lavoro della Royal Foundation Centre for Early Childhood. Due giorni tra il Centro Internazionale Loris Malaguzzi, educatori, pedagogisti e scuole dell’infanzia, per osservare da vicino un modo di intendere l’educazione che mette il bambino al centro e lascia grande spazio alla scoperta.

Il principio da cui parte l’esperienza reggiana è che il bambino non sia un semplice destinatario di nozioni, ma un soggetto capace di costruire conoscenza attraverso l’esperienza. Da qui nasce una delle espressioni più note di questo approccio: i “cento linguaggi” dei bambini. Disegno, parola, musica, movimento, costruzione, manipolazione, fotografia: sono tutti strumenti attraverso i quali il bambino può osservare la realtà, formulare ipotesi e raccontarla.

Nelle scuole reggiane questo significa anche meno spazio alla lezione tradizionale e più attenzione ai progetti, alla ricerca e alla sperimentazione.

I bambini vengono coinvolti in percorsi che possono partire da una domanda, da un fenomeno osservato o da un interesse emerso nel gruppo. L’insegnante non si limita quindi a spiegare, ma osserva, accompagna e documenta il processo di apprendimento. Poi ci sono gli atelier, ambienti nei quali i bambini possono lavorare con materiali e linguaggi differenti. E c’è una particolare attenzione agli spazi: l’ambiente non è considerato uno sfondo neutro, ma parte integrante dell’esperienza educativa. Luce, arredi, materiali, trasparenze, rapporto con il giardino e con la natura vengono pensati per favorire autonomia, relazione e curiosità. È un’impostazione che ha avuto una diffusione internazionale molto ampia.

Il Reggio Emilia Approach è oggi conosciuto e studiato in numerosi Paesi, tanto da essere diventato una sorta di “ambasciatore” dell’esperienza educativa italiana.

Per Kate Middleton, che attraverso la Royal Foundation Centre for Early Childhood dedica particolare attenzione ai primi anni di vita, Reggio Emilia è stata dunque un’occasione per vedere concretamente come un ambiente educativo possa incidere sull’esperienza dei bambini.

Non una scuola alternativa nel senso più comune del termine e neppure un semplice metodo didattico da applicare meccanicamente, ma un modello costruito attorno all’idea che educare significhi creare condizioni perché i bambini possano esplorare, esprimersi e costruire conoscenza. Ed è forse proprio questa la ragione per cui, a distanza di decenni dalla sua nascita, il modello reggiano continua a suscitare interesse ben oltre i confini italiani.

Foto:Kate Middleton alla scuola materna Salvador Allende a Reggio Emilia (AP)

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