Famiglia nel bosco, La Garante per l’infanzia Marina Terragni: «Ripensiamo al sistema degli allontanamenti»

Il 16 settembre per la prima volta i bambini Trevallion sono entrati in una scuola. Dieci mesi trascorsi dai bambini della “casa nel bosco” lontano dai propri  genitori, in una casafamiglia. La Garante per l’infanzia Marina Terragni: «in questa vicenda qualcosa è andato storto». L’articolo è stato pubblicato sul cartaceo di Mamme Magazine di sabato 19 settembre 2026

Di Francesca Ferri

 

Il 16 settembre 2026 è stato il primo giorno di scuola per i bambini della cosiddetta “famiglia nel bosco”, i tre figli di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham. Sono trascorsi quasi dieci mesi da quando sono stati allontanati dai genitori, dopo che i servizi sociali hanno ritenuto inadeguate le condizioni igienico sanitarie della loro casa nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti, la loro istruzione, impartita dai genitori, la loro socialità. La vicenda ha diviso il Paese. Marina Terragni, Garante per l’infanzia e l’adolescenza, più volte si è espressa al fianco della famiglia.

Dottoressa Terragni, ha avuto modo di parlare con la famiglia? Sa come è andata questa prima giornata di scuola?

«No, non ho notizie dirette di come sia andata la prima giornata».

Lei ha seguito la vicenda da vicino. Da Garante per l’infanzia, che idea generale si è fatta di questa vicenda? Secondo lei i diritti di questi bambini sono stati davvero garantiti?

«Intanto, dato che il superiore interesse del minore è  al centro di questi provvedimenti, io spero di sbagliarmi, ma la mia sensazione è che, essendo stati sottoposti a ripetuti traumi, i bambini non stiano meglio rispetto a quando sono entrati nella struttura. Quel che leggo, per esempio, nelle perizie dei neuropsichiatri della ASL Lanciano Vasto Chieti, che hanno chiesto più volte di favorire il ricongiungimento, e i segnali di stress post-traumatico descritti nei bambini, mi fanno credere che questa esperienza non abbia prodotto il bene che doveva produrre».

Secondo lei la “cura” è stata davvero proporzionata alla “malattia”? In fondo non si tratta, almeno secondo la sua lettura, di genitori maltrattanti.

«A me è sempre sembrato che ci fosse una sproporzione. Io mi auguro di sbagliare, ma ho sempre parlato di questa sproporzione».

Può fare un esempio?

«Da Garante dei diritti dell’infanzia non ho avuto nemmeno il numero di telefono della prima assistente sociale. La mia impressione è che qualcosa sia andato storto, cosa che poi ha dato luogo anche a un procedimento disciplinare che ha portato alla sostituzione dell’assistente stessa. Se la prima assistente sociale avesse riconosciuto una propria difficoltà, avesse per esempio detto: «Guardate, non riesco a entrare in comunicazione, sostituitemi», queste cose avrebbero dovuto succedere. E invece non sono successe. Quindi si è creato un avvitamento della vicenda, fino all’allontanamento della madre dalla struttura dove erano stati collocati i bambini: un allontanamento gravissimo, insopportabile da vedere».

La vicenda nasce anche dalle condizioni di vita della famiglia: abitazione, socialità, istruzione. Ma di esempi di famiglie o microcomunità che vivono in contesti non comuni è pieno il Paese. Perché la famiglia Trevallion ha dovuto affrontare questa trafila? È una colpa voler vivere in modo diverso?

«No, assolutamente non lo è. Ognuno vive come gli pare. Se ci sono dei problemi, si possono risolvere. In questo caso, le problematiche che ci sono state raccontate non erano tragiche. I bambini erano felici. Anche sul piano dell’istruzione, hanno poi sostenuto gli esami e dimostrato di aver appreso. C’è stato l’incidente dei funghi, ma può capitare. Tutto il resto, sono convinta, poteva essere risolto limitando il più possibile i danni».

Un genitore che vuole educare i figli in maniera alternativa rischia di vederseli portare via, oggi in Italia?

La Costituzione stabilisce la libertà di scelta educativa. Si può scegliere un’istruzione steineriana, paritaria, religiosa, oppure l’istruzione parentale nel rispetto delle regole previste»

Eppure il tribunale parla esplicitamente di inserire i bambini Trevallion nella scuola pubblica.

«È questo il punto. Leggere in un documento di un tribunale l’obbligo a frequentare  una scuola pubblica pone certamente una questione. Se è vero che i bambini non appartengono ai genitori, è anche vero che non appartengono
nemmeno allo Stato. I bambini appartengono solo a loro stessi. Queste tentazioni di Stato etico non possono essere guardate con indifferenza».

Guardandola dalla prospettiva dei Trevallion, e depositando l’ascia di guerra,  la scuola pubblica italiana potrebbe per lo meno avviare una riflessione sulla necessità di cambiare alcune modalità di “somministrazione del sapere”? Non è una novità che sistemi scolastici diversi dal nostro, dai modelli scandinavi a quello della Corea, vengano spesso considerati interessanti per la preparazione degli alunni.

«Ogni stimolo che venga alla scuola pubblica è interessante. Ci si può confrontare: alcuni modelli magari sono più interessanti, altri meno. Ci sono novità nel mondo che vanno considerate e aggiornate. Vediamo, per esempio, la necessità di aggiornare la scuola alla luce dell’intelligenza artificiale. Certo che bisogna essere aperti. È scontato».

Resta, in questa vicenda, un grosso interrogativo: i bambini vivevano con i genitori ed erano descritti come sereni. Come è possibile che siano stati allontanati da loro?

«Questo è un caso portato all’attenzione di tutti, c’è stata molta attenzione, ma purtroppo non è l’unica vicenda del genere. C’è un sistema degli allontanamenti dei minori dai loro nuclei familiari che andrebbe gradualmente ripensato. L’allontanamento dovrebbe essere limitato nel tempo e, inoltre, riservato ai casi in cui c’è un pericolo concreto per i bambini, non alle situazioni in cui i genitori semplicemente non ce la fanno».

Cosa intende per “famiglie che non ce la fanno”?

«Spesso ci sono famiglie isolate e, di fronte a un eventuale errore che una famiglia può commettere, se non ha una comunità intorno, nessuno — un parente, uno zio, una madre — può arrivare a darti un consiglio e aiutarti a correggere la rotta. Dare a queste famiglie un contesto sociale dovrebbe essere il modello. Non certo l’allontanamento dei bambini. E stiamo parlando di migliaia e migliaia di bambini che ogni anno entrano in
percorsi di tutela e, in alcuni casi, vengono allontanati dalla famiglia».

Cosa può fare il Garante per i diritti dell’infanzia?

«Il mio lavoro può essere solo quello della moral suasion: purtroppo non ho poteri ispettivi. Per esempio, nel caso della bambina di Monteverde a Roma, inizialmente mi era stato detto che avrei potuto incontrarla e poi mi è stato comunicato che non era possibile. Questo, per me, è inaccettabile. E sto protestando. Di fatto, il Garante non ha poteri legislativi. Ma non sempre servono nuove leggi».

Può fare un esempio?

«Siamo usciti con un importante Vademecum, che si trova sul nostro sito, sui casi di allontanamento dei bambini e che precisa alcuni aspetti importanti. Per esempio, il prelevamento del minore deve avvenire nel rispetto delle garanzie previste dalla legge. Se i servizi sociali si trovano davanti a un bambino che si rifiuta di andare via con loro, non si può semplicemente trasformare quel rifiuto in un’azione coercitiva: occorre rispettare le procedure e le garanzie stabilite dall’autorità giudiziaria. E la stessa legge prevede che il bambino debba essere ascoltato dal giudice e che il suo punto di vista venga preso in considerazione».

Altre iniziative?

«A breve, il 30 settembre, presenterò una grande agenda sui diritti dei minori e il tema della giustizia: sono quasi 300 pagine, che consegnerò ai parlamentari. E stiamo facendo anche un lavoro di formazione per gli avvocati».

Lei ha più volte affermato che, almeno in alcuni casi, gli assistenti sociali dimostrano di non avere un’adeguata preparazione.

«Non lo dico io, ma me lo hanno detto gli stessi assistenti sociali. Me lo disse la presidente dell’Ordine degli assistenti sociali circa un anno fa. Sono andata perciò dalla ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, che ne ha parlato con i rettori. Se un’assistente sociale non sa cos’è la scuola steineriana e si trova davanti una famiglia che vuole che i figli frequentino una scuola steineriana, c’è un problema».

Che cosa porta con sé, in definitiva, di questa vicenda che ha coinvolto la “famiglia nel bosco”?

«Voglio dire solo questo. Questi genitori si prendevano cura dei loro bambini 24 ore su 24, sette giorni su sette. Senza televisione, senza tablet, senza videogiochi, senza babysitting elettronico. Dare un dispositivo a un bambino per farlo stare buono è molto comodo. Mi giro e vedo bambini continuamente alle prese con il cellulare. Ma non è questo il bene dei bambini. Ora, nella casa-famiglia che li ha ospitati in questi mesi, questi bambini hanno scoperto il “magico mondo” dei dispositivi. Io trovo che non dare ai bambini il cellulare sia una forma di eroismo».

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