Rossella Nappi, professoressa ordinaria di Ostetricia e Ginecologia all’Università degli Studi di Pavia, lancia un appello
di Francesca Ferri
Il tempo della maternità è cambiato. Quello della fertilità no. Oggi grazie al social freezing le donne che desiderano un figlio hanno una possibilità in più. Eppure c’è ancora tanta strada da fare.
«C’è bisogno, innanzitutto, di una vera campagna di informazione sulla fertilità», spiega Rossella Nappi, professoressa ordinaria di Ostetricia e Ginecologia all’Università degli Studi di Pavia, responsabile del Centro di Medicina della Riproduzione dell’IRCCS Policlinico San Matteo a Pavia, presidente della Società Internazionale della Menopausa.

Professoressa Nappi, perché il social freezing è oggi un tema così importante?
«Prima di tutto, la longevità è sempre più elevata. Grazie alla qualità delle cure nell’arco della vita, oggi una 40enne è come una 30enne e l’aspettativa di vita in salute è molto più lunga. Poi, dal punto di vista culturale, la donna si è evoluta rispetto a quello che è stato il suo pilastro biologico per millenni, la maternità. La maternità resta un pilastro, però oggi non è più al numero uno delle priorità. E, rispetto a quel che si pensa, non lo è nemmeno il lavoro; la donna ha sempre lavorato, in casa. Quel che è cambiato è che dal 1968 in avanti la donna ha messo in primo piano altri pilastri: da una parte la bellezza, dall’altra una cosa importantissima, che è il vero motivo per cui le donne pospongono la maternità: il fatto che il bambino sia passato da destino biologico a progetto di vita».
Cosa significa?
«La capacità della donna di autoaffermarsi oggi è cambiata. La donna oggi vuole fare un figlio con un uomo con cui abbia un rapporto simmetrico, una sessualità condivisa, vuole una persona che le dia stabilità. E questo non lo si può fare a 20 anni. La donna si vede in costruzione fino ai 36 anni. E con un’aspettativa di vita di 86 anni, è normale che voglia avere un figlio dai 35 ai 40 anni».
Ma, per la biologia, è tardi.
«La cultura cambia, la biologia molto meno. Questo nuovo ordine delle priorità cozza con la biologia, che non si è evoluta nella vita della donna allo stesso modo in cui è evoluta la cultura. Il tema è quindi la natura che viene cambiata al passo della cultura. E, si badi bene: questo concetto è cambiato in Europa e Nord America, ma anche in Africa: se prima c’erano otto figli per donna, oggi ce ne sono quattro. Questo genera conflitti culturali, e molti non comprendono che fa parte di un processo che non si può fermare».
Perché ci si accorge tardi di avere difficoltà a concepire?
«Secondo una ricerca del 2019, circa un terzo della popolazione italiana non conosce alcune cose fondamentali della nostra biologia. Non sa, ad esempio, che la fertilità comincia a ridursi in modo netto a 35 anni e crolla già a 7 anni dalla menopausa. Serve perciò un’educazione alla fertilità».
Cosa suggerisce?
«Seguire il modello della Francia, che ha un programma vero di educazione alla fertilità. Bisogna iniziare già in terza media con corsi di sensibilizzazione, e non solo a scuola, ma anche attraverso il ministero, utilizzando i canali che guardano i ragazzi, con esperti che non facciano una comunicazione terrorizzante. Per capire occorrono le conoscenze di base del proprio corpo».
Qual è l’età biologicamente più favorevole per avere un figlio?
«La fertilità ottimale in un essere umano è tra i 25 e i 30-34 anni: questo è il segmento di vita biologico per programmare una gravidanza. Poi scende progressivamente fino ai 43».
Quando sarebbe meglio congelare gli ovociti?
«L’ideale è tra i 20 e i 25 anni, quando la fertilità, intesa come quantità di ovociti, è ottimale. Ma in Francia ad esempio la considerano un’età troppo giovanile e hanno stabilito come momento in cui iniziare a pensarci i 29 anni, e fino ai 37, un’età in cui il beneficio riproduttivo è massimo e la donna è in una fase più matura».
Una volta congelati gli ovociti, fino a che età possono essere utilizzati?
«Fino a 51-52 anni».
Quali sono i rischi di una gravidanza a 50 anni?
«L’ideale è fare un bambino entro i 48 anni. L’età è un fattore di rischio in ostetricia di per sé, insieme al peso corporeo. Più vai avanti, più puoi avere ipertensione gestazionale che, se raggiunge picchi alti, si definisce pre-eclampsia o eclampsia, e può causare ritardo di crescita intrauterino e complicanze al momento del parto. L’altro problema è il diabete gestazionale, che è un fattore di rischio per il diabete in menopausa. Il bimbo che nasce da una madre diabetica e ipertesa ha rischi maggiori non solo per genetica, ma perché è stato cullato nell’utero di una donna che ha avuto questi problemi».
Il social freezing può considerarsi una sorta di “assicurazione” sulla maternità?
«No. Faccio un esempio: se la donna ha congelato gli ovociti a 29 anni ma, a 45 anni, ha un utero con una patologia frequente come i fibromi, può avere serie difficoltà ad impiantare gli embrioni che derivano dagli ovociti congelati. Si parla di ostetricia “geriatrica” per le donne che diventano madri dopo i 45 anni».
Un bambino nato da un ovocita congelato è diverso da un bambino concepito naturalmente?
«Assolutamente no. Se gli ovociti scongelati sono di buona qualità, sono bambini come gli altri. Il fattore di rischio è solo l’età della donna».
Il parto dev’essere sempre cesareo?
«No: se la gravidanza è regolare, può essere naturale».
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