Sempre più donne ricorrono per scelta al congelamento degli ovociti nella speranza di una gravidanza in età più avanzata. Il professor Ermanno Greco, presidente della Società Italiana di Riproduzione, spiega il percorso
La maternità si sposta sempre più avanti e, con lei, anche le scelte sulla fertilità. Il social freezing consente di conservare ovociti più giovani per poterli eventualmente utilizzare in futuro. Si stima che circa 2.500 donne nell’ultimo anno abbiano scelto questa strada in Italia.
Il professor Ermanno Greco, presidente della Società Italiana di Riproduzione, spiega il percorso.
Che cos’è il social freezing?
«È il congelamento degli ovociti per ragioni non mediche. Può riguardare una donna che non ha ancora un progetto familiare e decide di conservare i propri ovociti quando sono più giovani, per poterli utilizzare in futuro. È diverso dalla crioconservazione per motivi medici, procedura gratuita, ad esempio prima di una terapia oncologica che potrebbe compromettere la fertilità».
Perché sempre più donne ricorrono al congelamento degli ovociti?
«Perché in passato si pensava che la fertilità potesse durare quasi per sempre. Oggi sappiamo che esiste una finestra temporale e che con il passare degli anni diventa più difficile ottenere una gravidanza, sia naturalmente sia attraverso la fecondazione assistita, soprattutto dopo i 35 anni. Anche le condizioni sociali possono ritardare il progetto familiare».
Qual è l’età migliore per congelare gli ovociti?
«Tra i 30 e i 35 anni, perché gli ovociti sono più giovani e presentano una qualità migliore. Hanno inoltre una migliore qualità cromosomica, con minore presenza di aneuploidie, alterazioni che possono compromettere l’impianto o provocare un aborto. Dopo i 35 anni queste alterazioni aumentano. È un processo fisiologico: gli ovociti sono gli stessi con cui la donna è nata e invecchiano con lei. Anche lo stile di vita può incidere sull’invecchiamento cellulare».
Quando è sconsigliato il social freezing e perché?
«Non è una procedura che consiglierei a una donna di 43-44 anni, perché a quell’età la qualità degli ovociti è ormai fortemente compromessa dall’invecchiamento. Esistono poi donne con mutazioni genetiche associate a un elevato rischio di tumori femminili che rientrano nei protocolli di preservazione della fertilità per motivi medici. In questi casi è importante intervenire prima di eventuali terapie».
In cosa consiste esattamente la procedura?
«Si verifica quanti ovociti la donna può potenzialmente congelare. Il medico non può farne maturare un numero a piacere: dipende dalle caratteristiche della donna. A ogni ciclo viene reclutato un gruppo di follicoli, ma ne matura normalmente uno solo. Il medico identifica quindi il gruppo di follicoli reclutabili e li porta a maturazione attraverso una stimolazione ormonale. Con l’aumentare dell’età può essere necessario recuperarne di più. Indicativamente, circa 12 nelle donne più giovani e 15 o più con l’età, ma il numero va sempre valutato individualmente. È importante ricordare che non tutti gli ovociti congelati daranno origine a embrioni impiantabili».
A quali esami precongelamento deve sottoporsi la donna?
«Si valuta innanzitutto la riserva ovarica con il conteggio dei follicoli antrali attraverso un’ecografia transvaginale. Si osservano i follicoli che contengono gli ovociti. A questo si aggiunge un esame del sangue, l’ormone antimulleriano, o AMH, che fornisce informazioni sulla riserva ovarica. Servono anche a stabilire la terapia. Prima del trattamento vengono inoltre eseguiti esami infettivologici, della coagulazione e accertamenti sullo stato di salute generale. È importante verificare anche una eventuale predisposizione alle trombosi, per abbinare una terapia anticoagulante, se necessario».
Ci sono cure ormonali a cui deve sottoporsi la donna?
«Sì. Per far maturare più ovociti contemporaneamente è necessaria una stimolazione ormonale, generalmente con farmaci somministrati per via sottocutanea. Il trattamento dura circa dieci giorni e prevede controlli ecografici ed esami del sangue per personalizzare la terapia. Al termine della stimolazione, gli ovociti vengono prelevati per via ecografica transvaginale, in regime ambulatoriale, senza tagli o punti. La procedura è effettuata in sedazione e, dopo un breve periodo di osservazione, la donna può tornare a casa».
Quali sono i rischi della procedura?
«Il principale rischio è una stimolazione ovarica eccessiva. Oggi è molto ridotto grazie alla selezione delle pazienti, al monitoraggio e ai nuovi protocolli farmacologici. L’incidenza della forma grave è attualmente inferiore all’1%».
Che costi hanno il social freezing e la conservazione?
«Il costo varia dai 3mila ai 4mila euro, a cui si aggiungono circa 1.000 euro per i farmaci. La conservazione costa indicativamente 150-200 euro all’anno, a seconda del centro».
Chi accede gratuitamente?
«Attualmente la crioconservazione per motivi medici, per esempio in caso di patologie oncologiche che richiedano trattamenti potenzialmente dannosi per la fertilità, può essere effettuata attraverso il Servizio sanitario nazionale nei centri pubblici, secondo le modalità previste. Alcune Regioni hanno previsto possibilità di accesso o fondi dedicati: in Puglia, per esempio, è stato istituito un fondo per la preservazione della fertilità. Alcune hanno aperto l’accesso anche in caso di endometriosi. Sarebbe auspicabile ampliare la fascia delle patologie riconosciute, perché altre condizioni croniche possono mettere a rischio la fertilità».
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