L’intervento
di Francesca Birello, psicologa e psicoterapeuta
Negli ultimi giorni si fa un gran parlare della norma “anti-Maranza” approvata dal Consiglio dei Ministri. Un provvedimento che modifica l’articolo 98 del Codice Penale introducendo una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Tradotto in termini pratici: non spetterà più al giudice verificare caso per caso se un quattordicenne fosse maturo al momento del fatto, ma si darà per scontato che lo fosse, salvo prova contraria.
Nelle chiacchiere fuori dalla scuola o nelle sedute di terapia con i genitori, la domanda che sento risuonare con angoscia è spesso: «Ma da psicologa, pensi che punirli di più servirà a fermarli?».
Per rispondere senza cadere nella retorica dell’emergenza, dobbiamo guardare a ciò che accade nella mente di questi ragazzi sia dal punto di vista dei loro schemi cognitivi sia da quello della loro storia emotiva e traumatica.
La responsabilità come fattore terapeutico: perché il “senza conseguenze” distrugge la mente
Dal punto di vista della Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), il comportamento umano si struttura attraverso l’apprendimento e il rinforzo. Se un adolescente mette in atto una condotta prevaricante o un’aggressione e non incontra un limite chiaro e immediato, nella sua mente si consolida uno schema cognitivo distorto: «I miei atti non hanno peso, il mondo non reagisce, io sono invulnerabile».
La responsabilizzazione non è un atto di vendetta istituzionale, ma una tappa fondamentale di crescita. Un ragazzo che non impara a sviluppare la consapevolezza che ciò che accade è conseguenza diretta delle proprie scelte, crescerà come un adulto impulsivo, incapace di tollerare le frustrazioni.
Insegnare che a un’azione corrisponde una conseguenza non è punire: è dare struttura. L’impunità non è libertà, è abbandono.
Oltre la maschera del “Maranza”: traumi evolutivi e desensibilizzazione
Se invece analizziamo la questione con gli occhiali dell’EMDR, la prospettiva si allarga. Dietro le divise omologate, gli atteggiamenti di sfida e l’esibizione della violenza sui social, cosa c’è davvero?
Spesso troviamo veri e propri traumi evolutivi (i cosiddetti T piccoli): esperiti come storie di isolamento, trascuratezza emotiva, fallimenti scolastici non compensati o appartenenza a contesti deprivati. Quando un ragazzo non ha una rete affettiva sicura che lo aiuti a rielaborare il proprio senso di vuoto o l’impossibilità di contare per qualcuno, la mente mette in atto meccanismi di difesa primordiali.
La “gang” o la condotta aggressiva diventano così una risposta di attacco/fuga (fight or flight) a un senso di minaccia interiore. L’esposizione continua a contesti privi di punti di riferimento o a contenuti digitali violenti, produce una vera e propria desensibilizzazione emotiva: la percezione del dolore degli altri si spenge, perché la propria sofferenza non è mai stata accolta né elaborata.
Il fallimento degli adulti: dove sono finiti i luoghi di regolazione emotiva?
Non possiamo chiedere a un quattordicenne la maturità di un adulto se noi adulti abbiamo smantellato tutto ciò che serve per costruirla. Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito ad un progressivo deserto educativo:
- Luoghi di aggregazione neutralizzati: oratori, centri giovanili e spazi di quartiere sono quasi scomparsi.
- Scuole blindate dopo il suono della campanella: istituzioni che potrebbero essere hub pomeridiani di sport e cultura rimangono chiuse, lasciando i ragazzi alla strada o alla piazza.
- Sport diventato un lusso: un canale primario per scaricare l’aggressività e imparare le regole del gruppo è spesso inaccessibile a molte famiglie.
- Genitori lasciati soli: famiglie prive di supporto nella gestione delle sfide digitali ed emotive dei figli.
La strada diventa così l’unico “spazio di regolazione emotiva” disponibile. Ma la strada non regola: amplifica.
Cosa serve davvero: Prevenzione, Presenza e Riparazione
Quando un ragazzo sbaglia, la risposta non può essere esclusivamente punitiva. Deve poter guardare in faccia le conseguenze di ciò che ha fatto e rimediare concretamente, magari mettendosi al servizio della comunità. È così che un errore si trasforma in un’occasione di crescita vera.
Dobbiamo aiutare le famiglie a ritrovare una guida autorevole: un modo di educare fatto di confini chiari e fermi, ma immersi in un profondo calore affettivo.
Come adulti e come società, non possiamo ricordarci dei nostri ragazzi solo quando hanno già commesso un errore grave. Il nostro vero compito è esserci prima: costruire una rete di protezione solida per evitare che cadano.
Tre passi se tuo figlio mostra atteggiamenti provocatori o di sfida
Quando un figlio adolescente inizia a testare i confini con rabbia, provocazioni o comportamenti a rischio, la prima reazione di noi genitori è spesso la paura, o lo scontro frontale. Ecco 3 indicazioni pratiche da applicare a casa:
- Separa l’emozione dal comportamento. Valida la sua rabbia, ma stoppa l’azione disfunzionale. Invece di dire: «Non permetterti di parlarmi così!», prova con: «Vedo che sei molto arrabbiato e hai diritto di esserlo, ma non ti permetto di urlarmi addosso o rompere gli oggetti. Quando ti sarai calmato, troveremo una soluzione insieme».
- Non aver paura di mettere confini chiari (e mantenerli). La regola senza conseguenza è solo un pio desiderio. Se concordate un limite (orari, uso del telefono, rispetto delle regole domestiche), la conseguenza al suo superamento dev’essere prevedibile, ragionevole e proporzionata. I confini non sono punizioni, sono i binari che danno sicurezza al ragazzo.
- Cerca il canale sotto la maschera.Quando un ragazzo indossa l’armatura dell’invulnerabile, spesso sta nascondendo un forte senso di inadeguatezza o solitudine. Evita di interrogarlo quando è in difesa; sfrutta momenti “neutri” (in macchina, cucinando insieme) per fare domande aperte e senza giudizio: «Come ti senti ultimamente a scuola?» o «C’è qualcosa che ti fa sentire sotto pressione?

