Voti bassi in italiano, il prof: “Valutate noi insegnanti”

I recenti test Invalsi 2026 continuano a rilevare difficoltà in Lettere e matematica
Stefano Fava: «Vero che leggono poco, ma la responsabilità non è solo loro»

 

Leggere un testo, e non capirlo. Fare un calcolo, e sbagliarlo. Secondo l’ultima edizione dei test Invalsi, le prove nazionali che alunni e studenti svolgono per capire il livello di preparazione offerto dalla scuola italiana, dalle elementari alle superiori la competenza di bambini e ragazzi in italiano, matematica e inglese è ben lontano dall’essere ottimale (il dettaglio dei risultati nel servizio alla pagina successiva).

Ma è davvero un problema di preparazione dei giovanissimi? Tra le righe, cosa ci dicono questi risultati del tipo di istruzione che il Paese offre ai bambini, alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze? Se non sanno “fare di conto” è colpa dello smartphone? Se non capiscono quel che leggono, o non sanno esprimersi bene a parole, è colpa dei social?

Lo abbiamo chiesto a Stefano Fava, professore di italiano in una scuola superiore milanese, scrittore (il suo ultimo libro è “La soffitta delle parole”, edito da Utet) e divulgatore tramite il suo profilo Instagram @piuscuolanellavita, dove spiega l’origine delle parole e il significato di termini desueti, e conduce una lodevole campagna per smarcarsi dagli anglicismi e riappropriarsi dell’italiano.

Professor Fava, i test Invalsi 2026 ci dicono che la metà dei ragazzini di terza media non sa la matematica e quattro su dieci, alle elementari, non padroneggiano l’italiano. Come vanno letti questi dati?

«Be’, prima di tutto va detto che le prove Invalsi a mio avviso non funzionano. Prima di tutto, perché valutano solo tre materie, vale a dire italiano, matematica e inglese, offrendo quindi una fotografia molto parziale delle competenze degli studenti. Poi, non sono attendibili, perché pur essendo prove obbligatorie per accedere all’esame di Stato, o di terza media, non incidono sul voto finale. Di conseguenza molti studenti non si sentono motivati a impegnarsi, e rispondono in modo casuale».

Quindi, tutto da buttare?

«Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara sostiene comunque che la dispersione scolastica è diminuita e che è aumentata l’inclusione».

Cosa significa, nei fatti, inclusione nella scuola?

«Significa dare a tutti, anche agli studenti meno preparati, la possibilità di superare l’anno e conseguire il diploma. Il problema, però, nasce quando questo obiettivo viene perseguito abbassando troppo il livello delle richieste. Se abbassi talmente tanto l’asticella, finisci per penalizzare gli studenti più bravi».

Può fare un esempio?

«Certo. Proprio quest’anno due miei alunni hanno ottenuto 93 alla maturità, pur essendo studenti che si sarebbero meritati 100, visti i loro ottimi risultati lungo tutto il percorso scolastico dei cinque anni. E questo succede perché si schiaccia tutto verso il basso, verso la medietà. Uno studente fa un’interrogazione perfetta, ma non gli viene dato 10. Gli viene dato 8. Del resto il problema è anche un altro».

Quale?

«Il problema è che è difficile misurare l’efficacia della scuola limitandosi a valutare l’ultimo anello della filiera, cioè gli studenti, senza valutare chi insegna. Come fai a misurare una scuola testando solo i ragazzi? Gli insegnanti chi li testa? Io ho insegnato tanti anni nel Regno Unito e lì ogni sei mesi un valutatore incaricato dal preside assisteva alle lezioni e, al termine, forniva un riscontro professionale sui punti di forza e sugli aspetti da migliorare. Non era un sistema punitivo, ma uno strumento di crescita. E di sistemi così ne esistono anche in Giappone, in Corea del Sud e in altri Paesi».

Invece in Italia?

«In Italia noi docenti non siamo né valutati né aiutati. Nessuno entra in classe per osservare il lavoro svolto e offrire indicazioni. Quale altra professione esiste in cui nessuno viene mai valutato? Come dice Umberto Galimberti: come un pilota di jet è sottoposto a test psicoattitudinali, così dovrebbe esserlo anche chi svolge una professione delicata come quella dell’insegnante».

Il preside che ruolo ha?

«Anche quando gli studenti segnalano problemi con un docente, la dirigenza scolastica ha margini di intervento molto limitati».

 È per l’impreparazione di alcuni docenti, dunque, che gli alunni hanno difficoltà?

«Il calo delle competenze, soprattutto in italiano, dipenda da diversi fattori. Da una parte pesa l’aumento degli studenti stranieri. Molti ottengono risultati eccellenti, ma alcuni incontrano inevitabili difficoltà linguistiche, perché magari a casa parlano solo la lingua della famiglia d’origine. Dall’altra incidono i cambiamenti culturali legati a Internet, ai social e, oggi, anche all’intelligenza artificiale».

Per migliorare si può prescindere dalla lettura?

«No, sicuramente no. Tuttavia nelle scuole superiori il rapporto degli adolescenti con i libri è sempre più debole. Per questo io stesso ho smesso di assegnare libri per le vacanze. Ho perso la fiducia nel farlo».

Quindi? Niente libri?

«Certo che no. Ma un romanzo di qualità e complesso va affrontato insieme in classe, non lasciato come compito estivo. Se glielo dai per leggerlo d’estate, nella maggior parte dei casi non lo fanno e, a settembre, si limitano a cercarne un riassunto su ChatGPT. Quel che preferisco è leggere ad alta voce in classe, almeno i primi capitoli. La parola che risuona nell’aria è molto meglio di un foglio muto».

Però leggere insieme in classe richiede molto tempo.

«Sì, ne puoi leggere due o tre all’anno, magari solo i primi capitoli. Ma l’obiettivo è incuriosire gli studenti, sperando che qualcuno, tra i venti o venticinque presenti, decida poi di continuare la lettura autonomamente. È anche una pratica che crea un momento condiviso e permette di vivere la lettura come un’esperienza, non come una spiegazione».

Se dovesse comunque consigliare dei libri per l’estate, cosa proporrebbe?

«Direi che è arrivato il momento di rinnovare il canone scolastico. Continuare a proporre sempre gli stessi classici, come Il barone rampante di Calvino o Gli indifferenti di Moravia, rischia di allontanare molti adolescenti. Ai ragazzi tra 15 e 18 anni consiglierei sicuramente 1984 e La fattoria degli animali di George Orwell, “le Bibbie del contemporaneo”. Sono testi brevi ma ricchi di spunti sull’educazione civica. Poi Lo scudo di Talos di Valerio Massimo Manfredi e le sue riscritture dell’epica classica, utili per avvicinare i ragazzi alla storia e alla mitologia. Tra i romanzi del Neorealismo che considero ancora molto efficaci c’è La ragazza di Bube di Carlo Cassola, mentre per la storia contemporanea suggerirei Ciò che inferno non è di Alessandro D’Avenia, ambientato nella Palermo degli anni Ottanta e dedicato alla figura di padre Pino Puglisi. Altri libri capaci di agganciare gli adolescenti sono Caos calmo di Sandro Veronesi e Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti».

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