I giovani e il sesso: “Estate, stagione dell’amore? Con i social non lo è più”

L’intervista a Paolo Crepet: “Sono finiti i tempi in cui l’estate significava libertà, prime cotte e prime esperienze sessuali. Oggi i ragazzi trovano tutto sullo smartphone, quindi non hanno più desiderio”

 

C’era una volta l’estate dei primi batticuori, delle prime uscite da soli, dei primi baci e delle prime esperienze intime. Erano estati di motorini, gelati, spiagge, feste di paese, campeggi e lunghi pomeriggi passati a cercare uno sguardo. Era la stagione dei primi innamoramenti, delle cotte che duravano una vacanza o diventavano qualcosa di più, dei numeri di telefono appuntati su un foglietto e delle passeggiate sul lungomare.

Oggi quell’immaginario resiste nella memoria collettiva. Ma è davvero ancora così?

«Non credo che gli amori inizino a giugno e finiscano ad agosto. C’è un mondo differente. Le libertà ci sono tutto l’anno, quindi credo che un ragazzo o una ragazza abbia sempre tutto il tempo e la possibilità di cercarsi una ragazza o un ragazzo o chi vuole. Ma questa cosa dell’“estate sta finendo”, come momento dei primi approcci, no, non la darei per scontata», spiega Paolo Crepet, psichiatra e sociologo.

Qualcosa si è rotto.

«Sì, ma prima di tutto una premessa, visto che siamo su Mamme Magazine ».

Prego.

«Care mammine, quando si parla di questi argomenti, dei primi approcci sessuali, delle prime esperienze, voi fatevi i fatti vostri».

Non crede sia scontato?

«No, no, per niente. Come non darei per scontato non solo che l’estate è il momento della ricerca dell’altro, o dell’altra, per i giovani, ma che, in generale, oggi ci si cerchi ancora. In realtà, è il contrario. Oggi non ci si cerca più».

Sta dicendo che oggi i giovanissimi non cercano più il sesso?

«È una questione globale: dalla Cina all’Europa. Ovunque nel mondo c’è stato un calo del desiderio dell’altro».

Perché?

«Perché non ti va più. E succede da che smartphone è smartphone. Le ricerche partono lì, da vent’anni fa circa, con il primo smartphone della Apple. E dicono che, più gli smartphone si diffondono nel mondo, meno le persone si cercano».

 Eppure proprio grazie ai social sono nate tante app per incontri sessuali.

«Sì. A un certo punto c’è stata questa cosa di Tinder, e altre app. Lì per lì è stata un po’ una moda, e credo che in tanti l’abbiano usato. Ma il vero cambiamento non è stato quello; è stato il calo del desiderio».

Anche nei giovani?

«È pieno di ricerche che dicono che le persone molto giovani non vogliono più rapporti, soprattutto le ragazze. Non perché faccia loro schifo, ma perché non gliene frega niente».

 In che modo lo smartphone porta a questi esiti?

«La voglia di uscire, andare al baretto, vedere chi c’è in giro, cercare qualcuno, quella voglia lì si è afflosciata. Se la frequentazione “del baretto” avviene già nella tua camera da letto, sul telefonino, non ti va più di cercarla fuori. È ovvio che non è la stessa cosa, ma è così».

Eppure a quell’età il desiderio è all’apice.

«Sì, ma il punto è che prima cominci, prima finisci. In passato, quando la sessualità non era quotidianità, la cercavi. Quando diventa prêt-à-porter a dodici o tredici anni, rischia di perdere valore. A tredici anni oggi si parla già di fidanzati, gelosie, tradimenti. Vuol dire che si è entrati molto presto in dinamiche adulte».

Un esempio?

«Un anno fa abbiamo tutti applaudito – io no, ma questo non cambia niente – una serie che si intitola Adolescence , la storia di un tredicenne che ha ammazzato la sua fidanzata. Tutti a lodare “il piano sequenza”, la storia, “e che serie pazzesca”… Ma, dico: scusate, un tredicenne con “la fidanzata”? Ma questa è una roba inascoltabile. Un errore della civiltà. Un errore e un orrore. Eppure nessuno, a parte il sottoscritto, ha colto questo orrore, cioè dare per scontato che a 13 anni sia normale avere una fidanzata».

 C’è un’età “normale” per i primi approcci e i primi rapporti sessuali?

«Un’età è ovvio che non c’è, non c’è un gong che suona, e, via, giù le mutande. È un’attesa, è un desiderio che pian pianino cresce con il corpo. Ma anche qui, oggi, questo passaggio del corpo che cresce lo abbiamo saltato. Oggi uno va alle medie e trova delle modelle».

Che ruolo hanno i genitori in questo?

«Le madri di oggi non possono raccontare alle figlie che ai loro tempi non si poteva fare nulla, come è successo, a loro volta, con le loro madri. A differenza delle loro madri, dunque, le mamme di oggi non sono delle “liberatrici”, anzi; molte di loro avevano già le stesse libertà. Spesso sono invece spettatrici curiose, vogliono vedere, controllare, partecipare. Sono delle voyeur».

Quindi, non è solo colpa degli smartphone, intesi come strumento per stare sui social? In questo cambiamento pare che anche il modo di mostrarsi alla lunga abbia azzoppato il desiderio.

«Prendiamo il topless. Una volta era uno scandalo, quindi una provocazione. Questa immagine sexy oggi è tramontata perché non c’è più niente di proibito. Mi spiego: se possono esserci una, dieci, cento ragazze in topless, finisce che quella cosa non colpisce più. Sui social tutto è moltiplicato per miliardi, quindi niente è più davvero notabile. Questa immagine della provocazione sessuale è tramontata perché non è più proibita».

Eppure i corpi che vediamo sui social o in giro continuano ad essere molto nudi, come se la voglia di esibirsi non sia affatto esaurita.

«Tutta fuffa. In realtà non si fa più niente. Sembra si facciano le Mille e una notte, ma è tutto fumo; l’arrosto non c’è».

Si torna al punto di partenza: lo smartphone, i social.

«Il punto è che chi vende Instagram vuole esattamente che tu stia lì dentro tutto il giorno. Vuoi vedere un po’ di sesso? Eccolo. Vuoi vedere qualcos’altro? Eccolo. Il risultato è l’attenuazione del desiderio. Smettiamo di pensare che siano benefattori dell’umanità: il loro obiettivo non è educare una generazione».

 Nostalgia della relazione concreta?

«Una volta l’estate era arrivare con le amiche, in sella al motorino, il gelato, il baretto, la musica, guardarsi negli occhi. Per avvicinare una persona c’era bisogno di esporsi, di provare. Magari trovavi uno carino e pensavi: “Fammici parlare”. Poi magari scoprivi che era un imbecille. E poi ce n’era uno un po’ meno bello, ma simpatico. La cosa nasceva da lì. I vecchi Rolling Stones dicevano: “What’s your name, what’s your number?”, come ti chiami, che numero hai. Ecco, noi facevamo così: tornavamo a casa con quel numero, con l’attesa di risentirsi, con il desiderio che cresceva. Questa era la nostra educazione. Oggi torni a casa senza essere mai uscito davvero, perché sei rimasto sempre dentro il cellulare».

Il desiderio sessuale si è spento. Ma almeno la necessità di provare un sentimento, di vivere un amore, non dovrebbe spingere i giovani a uscire da casa?

«Ma i sentimenti vanno dietro al sesso. Non raccontiamoci la storia che ci raccontava la bisnonna…».

Insomma, quest’estate sembra davvero sprecata per i giovani. Che consiglio darebbe loro per riprendersi la loro vita?

«Spegnete un po’ di più questo cellulare e trovate le persone vere. E comunque non sto dicendo di tornare alle carrozze a cavalli. Sto dicendo: andiamo pure nel futuro, ma non lamentiamoci degli effetti collaterali».

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