Un nuovo studio conferma quello che molti sospettavano da tempo: i cibi ultraprocessati non sono soltanto irresistibili, ma possono addirittura creare dipendenza. La ricerca, pubblicata su Nature Medicine, ha analizzato quasi 300 studi condotti in 36 Paesi. La conclusione è che questi alimenti possono attivare nel cervello gli stessi circuiti coinvolti nelle dipendenze da sostanze, favorendo perdita di controllo, desiderio continuo e consumo compulsivo.
Per capire meglio cosa accade nel nostro cervello ne abbiamo parlato con il dottor Efrem Sabatti, psicologo e psicoterapeuta.
Dottor Sabatti, perché gli alimenti ultraprocessati possono creare una vera e propria dipendenza?
«La dipendenza da cibo ultraprocessato non è una questione di mancanza di volontà, ma un meccanismo neurochimico. Quando mangiamo alcuni particolari alimenti processati non stiamo semplicemente nutrendoci, ma stiamo innescando una reazione chimica nel cervello, in particolare nel nucleo accumbens, una piccola ma potentissima area cerebrale che rappresenta il centro di comando del sistema di ricompensa dopaminergico. È la stessa che si attiva con la nicotina, l’alcol, la cocaina e altre sostanze eccitanti».
Quindi questi alimenti possono diventare un bisogno quasi continuo?
«Esattamente. Gli alimenti ultraprocessati rilasciano dopamina in modo rapido, intenso e continuo. Questo rilascio ripetuto crea una sensazione di piacere immediato, ma ne serve sempre un po’ di più per provare la stessa soddisfazione. Il cervello continua a chiedere quel cibo anche quando non c’è una reale fame e nasce il craving, il pensiero fisso e il consumo compulsivo».
La dipendenza comincia quando assaggiamo il cibo?
«No, molto prima. Prima ancora di arrivare alla bocca, il cibo ultraprocessato conquista gli occhi. Le aziende conoscono molto bene i meccanismi della psicologia visiva: utilizzano colori caldi e saturi che stimolano l’appetito e sono associati a emozioni positive, mascotte e personaggi dei cartoni animati per attirare i bambini, immagini grandi e accattivanti, mentre le informazioni nutrizionali restano in piccolo».
La disposizione dei prodotti al supermercato incide?
«Assolutamente sì. I prodotti destinati ai bambini sono spesso collocati in basso, alla loro altezza, o alle casse, dove il genitore ha fretta e il bambino può fare i capricci, ed è più facile che finiscano nel carrello. Conoscere questi meccanismi è l’unico modo per non rimanerne intrappolati».
Che cos’è il “bliss point”?
«Il cuore della dipendenza alimentare è la ricerca del bliss point, il punto di beatitudine, un equilibrio chimico perfetto tra zuccheri, grassi e sale, calibrato per massimizzare il piacere. A questa miscela si aggiungono esaltatori di sapidità come il glutammato monosodico, aromi artificiali che ingannano il cervello facendogli percepire sensazioni di freschezza o tostatura inesistenti e persino stimoli legati al suono, come con le patatine».
Incide la consistenza del cibo?
«Sì. Pensiamo alla croccantezza di certi snack: anche se il sapore è identico, una patatina che ha perso la sua croccantezza non dà lo stesso piacere».
Molti finiscono per sentirsi in colpa. È davvero così?
«È uno degli inganni più sottili. Il nostro cervello tende a costruire narrazioni complesse per dare un senso ai comportamenti. A volte una persona si colpevolizza, pensando di essere debole, di avere traumi irrisolti o di non riuscire a controllarsi. In realtà, spesso alla base c’è semplicemente un legame chimico. Il rischio è cercare spiegazioni lontane quando la causa è evidente. Come diceva Oscar Wilde: “Non cercare l’oscuro quando c’è quello che si vede»”.
Qual è il consiglio per i genitori?
«I genitori dovrebbero tenere a mente che la ricerca smodata di certi cibi da parte dei bambini e dei ragazzi dipende spesso anche da una questione chimica. Per contrastare questa dipendenza è utile offrire gradualmente alternative più sane ma altrettanto gustose, magari coinvolgendo i figli nella preparazione dei pasti. È un modo concreto per modificare le abitudini senza trasformare il cibo in un terreno di scontro».

