L’età del consumo si è abbassata, casi già a 12 anni. L’imperativo è “fare tutto il prima possibile”. Il pedagogista Daniele Novara invita a non assecondare la precocità e a mettere dei limiti. L’intervista è stata pubblicata sul cartaceo di Mamme Magazine di sabato 4 luglio 2026
Angelica Amodei
Sempre più giovani si avvicinano precocemente ad alcol, sigarette elettroniche, addirittura a sostanze stupefacenti. Alcune indagini hanno evidenziato come non siano più rari i casi di ragazzi che ammettono di aver provato la
cannabis già a 12 o 13 anni. Un fenomeno che preoccupa famiglie ed educatori.
Ne abbiamo parlato con il pedagogista Daniele Novara, che ha analizzato le cause di questa tendenza e indicato alcune possibili strategie educative per affrontarla. Professor Novara, sembra che i ragazzi si stiano avvicinando sempre più precocemente alle sostanze. Se un tempo il primo contatto con cannabis o altre droghe avveniva intorno ai 16 o 17 anni, oggi ci sono ragazzi che le provano già a 12, 13 o 14 anni.
Perché accade?

Quindi, secondo lei, il fatto di vivere sempre più precocemente una sorta di vita da adulti porta anche a provare prima sigarette, alcol e droghe?
«Sì, ma stiamo parlando comunque di una minoranza. Sarebbe un errore mediatico generalizzare e pensare che riguardi la maggioranza».
Molti adolescenti considerano ancora la cannabis una sostanza poco pericolosa.
«Sì, questa è una convinzione abbastanza diffusa ed è un pericolo. Gli studi hanno dimostrato che, come accade per l’alcol, non si tratta di sostanze prive di conseguenze».
Che cosa dovrebbe fare concretamente un genitore? Quali messaggi dovrebbe trasmettere ai figli?
«Se un figlio è cresciuto con un’educazione equilibrata, che gli ha consentito di acquisire gradualmente le giuste autonomie, non bisogna vivere nell’angoscia. Un ragazzo che possiede una buona struttura personale, una sufficiente sicurezza interiore, non ha bisogno di essere controllato ossessivamente. Quando a 14 anni chiede di andare in discoteca, semplicemente si mette un limite e si dice che è presto. Se a 14 o 15 anni vuole portare la fidanzata a dormire a casa, si dice di no. Mettere dei limiti è importante. Dovrebbe farlo soprattutto il padre. Non bisogna assecondare le precocità, perché si crea un effetto domino: una volta alzata l’asticella, questa continuerà ad alzarsi sempre di più».
La famiglia oggi a suo avviso in certi casi è fragile?
«Sì, oggi la famiglia è una realtà molto fragile. Non è aiutata, spesso viene colpevolizzata e si trova sotto una fortissima pressione consumistica. Esiste una minoranza di ragazzi che viene attratta da comportamenti disfunzionali, non perché rispondano ai loro bisogni di crescita, ma perché inseguono bisogni immediati, legati alla ricerca del piacere e della gratificazione».
Quanto incidono ansia, solitudine e disagio psicologico nell’avvicinamento alle sostanze?
«L’adolescente è ansioso per definizione. Se tutte le ansie adolescenziali si trasformassero in consumo di sostanze, avremmo poche speranze. Il compito del genitore è aiutare il figlio a normalizzare l’ansia, non ad amplificarla. L’educazione non consiste nel giustificare tutto. Bisogna far capire che la frustrazione è utile, che gli ostacoli possono essere superati. Non si tratta di eliminare le difficoltà, ma di aiutare i ragazzi ad affrontarle».
Esistono segnali d’allarme che un genitore dovrebbe cogliere?
«Uno dei segnali più frequenti è un improvviso crollo scolastico non giustificato dalle capacità del ragazzo. Tuttavia non bisogna fare collegamenti automatici. Un adolescente può andare male a scuola semplicemente perché passa la notte attaccato allo smartphone. Questo non significa necessariamente che faccia uso di sostanze. Quando la situazione appare davvero fuori controllo, si può arrivare a strumenti più specifici, come i controlli tossicologici, del capello per esempio».
I ragazzi hanno troppa libertà, oggi? Poche regole?
«La libertà è un dato evolutivo importante. Il compito del genitore non è soffocarla, ma aiutarne la gestione. Si stabiliscono confini chiari. Per esempio un orario di rientro. Non è necessario controllare ogni singolo minuto della serata, ma il limite deve esserci. L’alcol è vietato ai minori, il tabacco anche, le sostanze sono illegali. All’interno di questi confini il ragazzo può esercitare la propria autonomia».
Che ruolo può avere la scuola nella prevenzione?
«Molti studi dimostrano che le semplici campagne informative non producono grandi risultati. L’adolescenza è l’età in cui il proibito può diventare una tentazione. Per questo conta molto di più aiutare i ragazzi a fare esperienze positive e significative. Penso, per esempio, ai sedicenni che durante l’estate fanno gli animatori nei centri estivi, oppure al volontariato, all’impegno concreto nelle attività sociali. Piccoli lavori estivi, magari anche di qualche giorno. Sono esperienze che aiutano i ragazzi a crescere davvero e a costruire un senso autentico di sé».
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