Lavoro part time e stipendi bassi così 6,6 milioni di italiani hanno rinunciato ad avere figli

Resta il lavoro il primo ostacolo ad avere figli e a pesare sulle scelte di famiglia è il cosiddetto “carico di cura”. L’articolo è stato pubblicato sul cartaceo di Mamme Magazine di sabato 30 maggio 2026

di Chiara Mancioli

 

Contrariamente a quanto si possa immaginare in una società che insegue il tutto e subito, per milioni di italiani il problema non è volere o non volere figli, ma non riuscire ad averli.

Il trentaquattresimo rapporto annuale 2026 dell’ISTAT, pubblicato per i 100 anni dell’Istituto, evidenzia un dato netto: 6,6 milioni di persone hanno rinunciato ai figli che desideravano. Non si tratta solo di una scelta individuale ma dell’effetto di un insieme di ostacoli che vanno dalla precarietà economica agli stipendi insufficienti, fino alle difficoltà lavorative e ai carichi familiari sempre più pesanti. È la fotografia di un Paese in cui la denatalità non è più solo una statistica, ma una distanza concreta tra ciò che si vorrebbe e ciò che si riesce a realizzare.

In Italia, quello che viene definito come “inverno demografico” è diventato un fenomeno strutturale e il calo delle nascite non si interrompe. In particolare, tra le persone di età compresa tra i 18 e i 49 anni si osserva una diminuzione della quota di chi dichiara l’intenzione di avere un figlio, dal 50,7% nel 2003 al 45,3% nel 2024.

Tuttavia, un’analisi più approfondita mostra un quadro più articolato: solo una piccola parte, pari al 5,5% di chi non desidera figli in futuro, esclude realmente la genitorialità come progetto di vita. Tutti gli altri si dividono tra chi ha già raggiunto il numero di figli desiderato e chi avrebbe voluto diventare genitore, ma non è riuscito a realizzarlo. È soprattutto in questa seconda componente, che rappresenta il 62,2% del totale, che il fenomeno si sposta dalla dimensione delle intenzioni a quella della loro mancata realizzazione.

Il primo ostacolo è il lavoro, in un mercato che continua a mostrare fragilità, soprattutto tra i più giovani. Anche a fronte di una riduzione della disoccupazione, l’occupazione under 35 resta al di sotto della media europea. La precarietà non è più soltanto una condizione economica, ma un fattore demografico. La difficoltà di costruire una stabilità lavorativa si traduce in incertezza, rendendo difficile immaginare un futuro e programmare la nascita di un figlio.

A pesare sulle scelte familiari c’è poi il cosiddetto “carico di cura”. Per l’11,5% delle persone che non sono riuscite ad avere i figli desiderati, la rinuncia è legata all’assistenza di genitori anziani. È la condizione della cosiddetta “generazione sandwich” stretta nella duplice responsabilità di prendersi cura dei figli e, allo stesso tempo, dei genitori.

Le conseguenze si vedono anche sul piano economico e sociale. In dieci anni la popolazione residente è diminuita di oltre un milione di persone e il Mezzogiorno continua a perdere giovani qualificati. Solo nel 2024 quasi 21 mila laureati hanno lasciato l’Italia. Intanto le famiglie italiane diventano sempre più piccole.

La coppia con figli, un tempo modello predominante, ha progressivamente perso centralità, mentre aumentano le famiglie unipersonali e cresce la diffusione dei figli unici. C’è poi il fattore tempo. Sempre più italiani rinviano fino a un’età in cui avere figli diventa difficile, se non impossibile, anche a causa della mancanza di adeguati strumenti di sostegno alle famiglie. Secondo il Rapporto, circa 1,3 milioni di persone hanno aspettato così a lungo da non poter più realizzare il proprio progetto familiare.

Nel 2025 l’età media al parto ha raggiunto i 32,7 anni, tra le più alte d’Europa. Tuttavia, il rinvio della maternità si scontra con un limite biologico e la probabilità di concepire naturalmente diminuisce. Il dato più allarmante, infatti, resta il tasso di fecondità: nel 2025 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, il livello più basso mai registrato in Italia e le nascite sono il 3,9% in meno rispetto al 2024.

In questo contesto cresce il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, sempre più spesso necessaria per compensare tempi di vita e condizioni sociali incompatibili. Quando milioni di persone rimandano così a lungo il desiderio di avere un figlio da non riuscire più a realizzarlo, non si può parlare più soltanto di una libera scelta, ma di un fenomeno collettivo che riguarda il futuro del Paese. E se quasi la metà dei giovani adulti non riesce più nemmeno a immaginare dei figli, allora la domanda diventa inevitabile: quale idea di società, quale modello stiamo consegnando alle nuove generazioni?

La denatalità, allora, non può essere letta soltanto come il risultato di un cambiamento culturale o di una minore propensione alla famiglia. Per molti italiani il desiderio di avere un figlio continua a esistere, ma si scontra con la precarietà di un progetto troppo fragile da realizzare. Ed è proprio questa distanza tra desiderio e possibilità a raccontare oggi non solo la crisi della natalità, ma anche la crisi della fiducia nel futuro dell’Italia.

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