Guardarsi negli occhi così si sviluppa il rapporto con il bebè

L’articolo è stato pubblicata sul cartaceo di Mamme Magazine di sabato 23 maggio 2026

di Chiara Mancioli

Prima ancora delle parole, il primo dialogo tra un genitore e il suo bambino avviene attraverso gli occhi. Nei primi mesi di vita esiste, infatti, un linguaggio silenzioso fatto di sguardi, espressioni e microsegnali emotivi, che le neuroscienze definiscono “mutual gaze” o, letteralmente, “sguardo reciproco”. Ma cosa significa?

Il “mutual gaze” definisce la condizione dinamica in cui madre e neonato mantengono e regolano reciprocamente il loro sguardo diretto. Non si tratta di un semplice incrocio di occhi, ma di una vera e propria forma di comunicazione.

Per molto tempo si è pensato che il neonato fosse un essere passivo, incapace di partecipare attivamente alla relazione. Oggi gli studi raccontano una realtà diversa: il bambino nasce vigile, attento e naturalmente predisposto al contatto umano. Fin dalle prime ore di vita cerca il volto della madre, riconosce la voce dei genitori e orienta lo sguardo verso gli occhi di chi si prende cura di lui.

Come spiegava il neonatologo Marshall Klaus, tra i primi a promuovere l’apertura delle terapie intensive neonatali ai genitori, il neonato nasce in una condizione ideale per entrare in relazione con chi si prende cura di lui. Il contatto visivo e fisico immediato contribuisce infatti a costruire quel legame affettivo che diventerà il modello delle future relazioni.

Secondo gli specialisti, dunque, un neonato non si nutre esclusivamente di latte, ma anche di relazioni sensoriali. Il tono della voce, il calore del contatto fisico, l’odore della pelle e soprattutto lo sguardo, partecipano alla costruzione della sicurezza emotiva. Con gli occhi il bambino cerca, esplora, e gli occhi della madre diventano il primo “specchio” nel quale inizia inconsapevolmente a riconoscersi. Durante l’allattamento o nei momenti di accudimento, il figlio percepisce attenzione, protezione e presenza emotiva, apprendendo gradualmente a regolare le reazioni interne.

Come sottolinea Gabriella Araimo, Segretaria del Gruppo di Studio Organi di senso della SIN, l’assenza o la marcata riduzione delle interazioni di “mutual gaze” può rappresentare un elemento da monitorare. Un contatto visivo debole o poco frequente, infatti, può costituire un segnale precoce di possibili condizioni atipiche del neurosviluppo, o anche di difficoltà nella funzione visiva, rendendo lo sguardo reciproco non solo un indicatore relazionale, ma anche un possibile campanello d’allarme.

Le ricerche degli ultimi anni suggeriscono che questa sintonia produce effetti concreti nello sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino. Uno studio pubblicato nel 2017 sulla rivista Child Development ha evidenziato che i
bambini che sperimentano più frequentemente momenti di “mutual gaze” sviluppano una migliore capacità di attenzione e una più efficace regolazione emotiva. Un’altra ricerca, pubblicata nel 2024 su Infant Behavior and Development, ha mostrato che la rapidità con cui la madre risponde allo sguardo del bambino favorisce il cosiddetto “gaze following”, cioè la capacità del piccolo di seguire lo sguardo dell’adulto, competenza strettamente collegata allo sviluppo del linguaggio e dell’apprendimento sociale.

Il legame affettivo, spiegano gli esperti, è un legame fatto di presenza, vicinanza e ascolto reciproco. È attraverso questa continuità relazionale che il bambino costruisce gradualmente la propria identità. Alcune ricerche suggeriscono che il contatto visivo precoce contribuisca alla regolazione fisiologica ed emotiva del neonato. Quando questa reciprocità viene meno il piccolo può sperimentare una lieve sensazione di disorientamento perché viene a mancare il suo
punto di riferimento primario. In questo senso, il “mutual gaze” rappresenta una forma di sincronizzazione affettiva tra adulto e neonato.

Nei primi mesi di vita lo sviluppo motorio è ancora immaturo e la madre svolge un ruolo decisivo nel mantenere la vicinanza fisica, sorreggendo e contenendo il piccolo, offrendo calore e affetto.

Il bambino, però, non è passivo: nasce già dotato di strumenti comunicativi che suscitano risposte precise in chi si prende cura di lui, come il pianto e il sorriso. Questa dimensione relazionale è collegata anche al concetto di “esogestazione” secondo cui il neonato continua a completare la propria maturazione dopo la nascita, tra le braccia dei genitori.

La vicinanza fisica, il ritmo della voce, il contenimento corporeo e la reciprocità dello sguardo aiutano il neonato a ritrovare quella continuità sensoriale vissuta durante la gravidanza. Il ruolo della relazione non riguarda però soltanto la madre. Anche il padre contribuisce alla costruzione dell’attaccamento attraverso la presenza, il contatto e la comunicazione non verbale. Le braccia del padre, così come quelle della madre, diventano uno spazio di protezione e rassicurazione nel quale il bambino impara a fidarsi del mondo.

In un’epoca dominata da distrazioni digitali, queste evidenze riportano l’attenzione su un gesto semplice: guardarsi negli occhi.

Foto: Pixabay

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