Le storie. Dal set al biberon: il padre resta a casa non ditegli “mammo”

Da Alessandro Cattelan a Michele Riondino (in foto) e Fabio Volo: sono in crescita i papà che al posto della carriera danno priorità all’essere padri. L’articolo è stato pubblicato sul cartaceo di Mamme Magazine di sabato 16 maggio 2026

di Chiara Mancioli

 

Per anni, soprattutto in Italia, il padre è stato raccontato quasi sempre nello stesso modo: presente, ma distante, affettuoso, ma periferico e concentrato soprattutto sul lavoro. Poi, lentamente, qualcosa è cambiato. Oggi cresce il numero di uomini che scelgono di rallentare la carriera, ridurre ambizioni o ridefinire le priorità per stare accanto ai figli e sostenere il percorso professionale della compagna.

Lo “stay-at-home dad”, per dirla all’internazionale, non è più un’eccezione, ma una scelta familiare possibile.

Non amano essere chiamati “mammi”. Anzi, molti rifiutano il termine, considerato ancora intriso di ironia e dell’idea implicita che, per un uomo, occuparsi davvero dei figli sia qualcosa di eccezionale. La rivoluzione, invece, sta proprio nella normalità. Non uomini che “fanno le mamme”, ma padri che fanno i padri.

Tra i volti più noti della televisione italiana, Alessandro Cattelan rappresenta bene questa nuova forma di mascolinità ironica, domestica e meno competitiva. Nei suoi racconti pubblici, il rapporto con le figlie e la gestione della famiglia condivisa con la moglie Ludovica Sauer, di professione modella, non vengono mai presentati come una rinuncia, ma come parte naturale della vita a due.

Anche Fabio Volo, nei suoi libri, podcast e interviste, ha contribuito a normalizzare la figura del padre contemporaneo: presente, coinvolto, emotivamente disponibile. Nei suoi racconti la paternità non è mai uno sfondo rispetto al lavoro, ma una parte centrale dell’identità maschile. Un’immagine molto distante dal modello tradizionale di mascolinità.

Ma, forse, i segnali più interessanti arrivano dalle coppie in cui la carriera femminile diventa centrale e visibile. Il regista Fausto Brizzi, ad esempio, marito di Silvia Salis, ha raccontato pubblicamente di essere il “primo fan” della moglie, Sindaca di Genova. In più occasioni ha descritto con ironia una famiglia in cui “vige il matriarcato”, spiegando di vivere con naturalezza il fatto che sia lei, in questa fase della vita, il motore pubblico della coppia.

C’è un altro personaggio del mondo del cinema che proprio in questo periodo ha lasciato il set per dedicarsi eslusivamente alla famiglia. Michele Riondino sta presentando il suo ultimo film, “Zustissia” e ha annunciato che nei prossimi mesi il suo ruolo sarà quello di papà. «Niente lavoro per un pò, do il cambio a mia moglie che sta lavorando e mi occuperò a tempo pieno dei miei figli: Mi serve il oro aiuto, però, perchè a casa sono un vero disastro e cercherò di fare meno danni possibili. Ho la fortuna di avere figlie che sanno riconoscere questi miei limiti e mi stannp dando una grande mano».

Anche Tomaso Trussardi, durante gli anni accanto a Michelle Hunziker, ha incarnato un modello familiare molto moderno: collaborazione quotidiana e una presenza costante nella gestione delle figlie mentre la moglie attraversava una fase televisiva di enorme popolarità.

Dietro queste storie non c’è soltanto una moda narrativa. I dati mostrano un cambiamento reale. Già il Primo Rapporto sulla Paternità del 2017, pubblicato dall’Istituto di Studi sulla Paternità, evidenziava la crescita dei congedi paterni, dell’assistenza al parto e del desiderio maschile di maggiore flessibilità lavorativa per stare con i figli. Secondo gli ultimi dati INPS, nel 2024 oltre il 64% dei padri lavoratori dipendenti ha usufruito del congedo di paternità: un dato che, fino a pochi decenni fa, sarebbe apparso quasi rivoluzionario.

La vera trasformazione, però, non riguarda solo la distribuzione dei compiti domestici. Tocca l’identità maschile. Per generazioni il successo degli uomini è stato misurato quasi esclusivamente attraverso il lavoro e l’affermazione pubblica. Oggi iniziano a emergere figure maschili che accettano una definizione diversa di realizzazione personale.

Ed è proprio qui la novità. Questi uomini raramente parlano di “sacrificio”. Parlano piuttosto di scelta. Come se la cura non fosse più un territorio esclusivamente femminile, ma una parte possibile, e finalmente legittima, della maschilità contemporanea.

Condividi su: