È il 1979 e la Makno, l’istituto di ricerca, è pura avanguardia. Il suo fondatore, il sociologo Mario Abis, è ancora un ragazzo che sta studiando legge. Chiede ai numeri di interpretare il futuro. Il suo gruppo di amici universitari e’ la migliore espressione del boom economico italiano, animato dall’ottimismo e dalla voglia di fare, di studiare, capire; cresciuti alla scuola di Umberto Eco. Sono fisici, ingegneri, cibernetici, matematici. Se ne è accorto pure Giangiacomo Feltrinelli che gli mette a disposizione una stanza per pensare e riflettere.
Mario è un fisico mancato che ha ripiegato su giurisprudenza per volere di un padre piuttosto faticoso, ufficiale della guardia di finanza con molte aspettative su quell’unico figlio con il pallino della cibernetica che riuscirà a infilarla nella tesi di laurea: applicazione di informatica cibernetica del diritto. La sua intuizione, la Makno, l’istituto di ricerche sociali e di mercato è qualcosa di innovativo che combina analisi di mercato sociale con la comunicazione. Bettino Craxi è tra i primi a capirne il valore e li chiama per farsi aiutare a interpretare gli umori del Paese. “Siamo stati noi a sconsigliargli di andare a elezioni anticipate. Lui era deciso, era sicurissimo di vincere, ma alla fine ci ascoltò e rinunciò. Furono anni incredibili”.
Oggi qualcosa sembra essere cambiato, a partire dai consumi degli italiani, come spiega l’Istat che ci regala una fotografia del Paese.
Cosa ci dicono i consumi?
«Come è cambiata la gente, cosa sceglie e perché. Insomma ci racconta chi siamo. E non mi sembra poco».
Come sono cambiati in questi anni?
«Tendenzialmente assistiamo a una maggiore consapevolezza, a un processo di razionalizzare dei consumi».
Un indicatore positivo?
«Non proprio, razionalizzare significa in questo caso comprimere, comprare meno».
Perché?
«Perché la società si è impoverita dunque si spende meno perché non si può. Razionalizzare significa dover fare delle scelte e dunque delle rinunce. Prediligere qualcosa per economizzare. Non è un caso se nascono molti supermercati legati al risparmio. Il brand, la marca, conta sempre meno. La pasta non deve essere più necessariamente di un grande marchio, dieci anni fa comprare prodotti alimentari non legati a grandi marchi non era così scontato in una cultura come la nostra. Oggi invece si privilegia il risparmio, economizzare dove possibile».
A cosa non rinunciano le famiglie italiane?
«Alla tecnologia. Le famiglie spendono meno per la spesa e più per la tecnologia che entra profondamente nelle nostre vite. Gli smartphone ci assorbono completamente. In modo pervasivo, non ci lasciano mai. Siamo come ossessionati. E poi il covid ha peggiorato tutto».
Cosa c’entra il Covid con i consumi?
«Quel periodo ci ha cambiato enormemente. Prima di tutto ci ha reso più soli. La gente con il covid si è come abituata a stare sempre di più da sola e il cellulare ha assunto il ruolo di ancora di salvezza. Una illusoria finestra sul mondo dove pensiamo di essere parte ma dove siamo sempre più isolati, marginalizzati. Passiamo il nostro tempo libero ai cellulari, e’ il nostro svago, il nostro conforto».
E poi?
«E poi la televisione conta sempre di meno. Le gente, soprattutto i giovani, hanno smesso di guardarla. Ma anche di comprarla. Non è più il contenitore di informazioni che era una volta. Contano invece i social, le informazioni passano su altri canali, su Instagram, su tik tok. Chi vuole sapere lo fa attraverso altri media. E ancora una volta il telefonino diventa un oggetto irrinunciabile».
Cosa ci dice questo?
«Che c’è un problema enorme nella nostra società: la solitudine è il male del nostro tempo. Lo si vede dai numeri. La percentuale dei giovani sotto i 21 anni con problemi di depressione e di alcolismo è ormai oltre il 30 per cento e poi c è il problema degli anziani. Oltre il 35 per cento sono soli. E considerando che il nostro Paese sta invecchiando è molto preoccupante».
Perché i giovani hanno smesso di fare figli?
«Abbiamo perso la fiducia e l’ ottimismo. Non è un casose negli anni 60, quelli del boom economico si assisteva anche a un boom demografico. C’era una speranza e una fiducia che venivano ripagate da risultati, il lavoro premiava e premiava anche la voglia di fare. Un ottimismo e una gratificazione che si ripercuoteva sulle scelte personali, mettere su famiglia da giovani era nella dinamica delle cose. C’erano classi sovraffollate, si facevano i turni al pomeriggio per permettere a tutti i bambini di andare a scuola. Oggi c’è il deserto demografico, l’Italia ha 59 milioni di abitanti, nel 2050 saremo in 53 milioni. Un trend che non si fermerà purtroppo con tutte le conseguenze economiche e sociali che esso comporta».
Che effetto economico ci sarà?
«Nel 2050 l’Italia sarà al 25esimo posto nel ranking di ricchezza, superata da economie emergenti e giovani. Sa quale paese cresce il di tutti nel mondo?».
Quale?
«La Nigeria. Una economia giovane e vivace appunto».
Cosa ci deve preoccupare di questa regressione?
«La regressione demografica accompagna sempre una regressione economica. E il consumo è un indicatore di questa regressione».
C è una differenza tra nord e sud?
«Si una differenza che resta un solco profondo. Ancora oggi il nord consuma il 40 percento in più del sud. Come vede un divario enorme che racconta due mondi diversi che in tutti questi anni non sono riusciti ancora a unificarsi».

