Rosanna Lambertucci: «Ho capito che l’abbraccio con il neonato è insostituibile»

Rosanna Lambertucci racconta alla figlia, nostra giornalista (con lei e la nipotina nella goto in apertura), i suoi primi mesi di vita. Dice: «Ho seguito consigli che in quegli anni sembravano giusti: una grande e inutile sofferenza». L’intervista è stata pubblicata sul cartaceo di Mamme Magazine del 4 aprile 2026

di Angelica Amodei

 

La giornalista
e conduttrice
televisiva
Rosanna
Lambertucci,
80 anni, con la nipote
Caterina

Quei ricordi del passato che tornano a galla all’improvviso, misti a ricordi di infinito amore e tenerezza, ma anche a qualche rimpianto. Questa conversazione con mia madre Rosanna Lambertucci nasce spontanea, dopo un’intervista fatta a un grande neonatologo, il professor Massimo Agosti. Con lui abbiamo parlato di quello che oggi la scienza ci insegna: l’importanza del contatto, degli abbracci, del tenere pelle a pelle un neonato. Il piccolo non vede ancora bene durante i primi 90 giorni di vita. Vive di calore, di odori, di contatto con la sua mamma. Sentire il cuore della madre che batte, ascoltare la sua voce è fonte di sicurezza e di vero benessere.

Eppure, ormai 50 anni fa, ma anche dopo purtroppo si diceva che lasciar piangere il bimbo fosse benefico (lo racconta anche Agosti nell’intervista in queste pagine), che aiutava lo sviluppo dei polmoni, che fosse un modo di sfogarsi del cucciolo di neonato.

«Devo dirti subito che ho un rimpianto enorme», mi dice mia madre, mentre le racconto della mia intervista.

«Ti ho presa troppo poco in braccio. Seguivo le indicazioni del pediatra di quei tempi: i bambini dovevano essere lasciati piangere per fortificare i polmoni e per non viziarli. Io ero rigidissima, andavo contro il mio istinto di tenerti sempre stretta a me. Allucinante, soprattutto con te che eri nata prematura e avevi passato un mese in incubatrice. Mi sono privata di momenti di benessere per tutte e due, pensando di fare il tuo bene!».

Mamma, ricordi tutto nei dettagli?

«E come non potrei. Sei nata l’anno dopo la perdita di Elisa, per me sei stata il miracolo, dopo tanto dolore. Sei nata prematura, ho avuto una paura folle che potesse accaderti qualcosa. Ricordo le corse quotidiane verso il Policlinico Umberto I, la paura costante di fare qualcosa di sbagliato. Seguivo come un soldatino tutto quello che mi consigliavano i medici».

Oggi una parte di cura dei bimbi prematuri è proprio il contatto con la mamma…

«E io, invece, non potevo tenerti in braccio quando eri ricoverata, se non per pochissimo tempo. Una mattina ti ho trovata con metà testa rasata e una sorta di aghetto in testa perché avevi l’ittero. Ho pensato fosse accaduto qualcosa di terribile… e avrei voluto stringerti, ma non potevo. Mi viene una malinconia ripensando a quei momenti… I tuoi primi mesi di vita sono stati scanditi da disciplina e ansia. Ero così terrorizzata che pregavo il pediatra di venire tutti i giorni a controllarti. In realtà, era anche un modo per tranquillizzare me stessa. Tu, invece, una volta a casa sei cresciuta a vista d’occhio. Eri diventata una mangiona incredibile, come spesso accade ai prematuri. Ero attentissima all’igiene, nessuno poteva tenerti in braccio, io indossavo sempre un camice. Mi sono impedita di godere di te come avrei voluto. Oggi penso che sia stato un errore, non solo nei tuoi confronti, ma anche per me: ho perso tanta della vicinanza che oggi considero insostituibile».

Quando mi lasciavi piangere?

«Il pediatra mi spiegava che dopo la poppata e il cambio del pannolino dovevo metterti nella cullina e lasciarti dormire. Ma quando piangevi, mi diceva di lasciarti piangere, se fossi sicura che fosse tutto a posto. Perché era una valvola di sfogo del neonato, un modo per favorire un corretto sviluppo dei polmoni e anche un modo per evitare i vizi. E oggi sappiamo quando non sia affatto vero tutto questo».

Ma io ricordo, invece, tante coccole nel lettone…

«Eh già. Passati i primi mesi quelli più delicati ho finalmente seguito il mio istinto. Soffrivi spesso di mal di gola e di otiti ricorrenti».

E quando non stavo bene ricordo che potevo dormire con te. E mi mettevi il tuo orecchio sul mio e mi dicevi: “Amore, così il dolore passa un po’ a me e tu lo senti meno”. E, in effetti, avevo l’impressione che andasse meglio. Il potere dell’amore. «Quelle coccole erano un modo per recuperare ciò che nei primi mesi ci era mancato. A tutte e due».

Rosanna Lambertucci con la famiglia

Con mia figlia Caterina Maria, che ha 13 anni, ho fatto tutto il contrario: lettino accanto al mio, abbracci senza paura, contatto costante. Mia madre osserva e annuisce. «Hai fatto esattamente il contrario. E hai fatto bene. Se oggi dovessi dare un consiglio a una mamma direi: godetevi i vostri bambini. Teneteli in braccio, coccolateli. Crescono, e prima o poi saranno loro a cercare libertà».

E aggiungo: mia mamma ha tenuto Caterina Maria per ore e ore in braccio… Ma è bello così: è amore vero. E la scienza cambia, le teorie evolvono, ma l’abbraccio resta un gesto che non ha età, e che nessun manuale potrà mai sostituire.

 

 

 

Condividi su: