Per sostenere lo sviluppo del bambino la scienza dice che è fondamentale il contatto. Ne abbiamo parlato con l’esperto, il pediatra Massimo Agosti. L’intervista è stato pubblicato sul cartaceo di Mamme Magazine di sabato 4 aprile 2026
di Angelica Amodei
Il contatto tra mamma e neonato non è soltanto un gesto di amore infinito, ma un bisogno fondamentale. Favorirlo, soprattutto nei primi mesi di vita significa sostenere lo sviluppo e il benessere del bambino. Lo sostiene la scienza. Ne parliamo con il professor Massimo Agosti, neonatologo e pediatra, direttore di Neonatologia e Pediatria all’Ospedale Del Ponte di Varese e presidente della Società Italiana di Neonatologia.
«Il feto comunica con il tatto, l’olfatto e il gusto: è una comunicazione sensoriale. Comunica così con il suo ambiente. Lo stesso fa il neonato che prende il latte della sua mamma attaccato al seno. Ritroviamo le stesse cose: contatto, odore, olfatto e gusto, perché assume il latte materno. Un latte che ha un sapore simile al liquido amniotico che il piccolo deglutiva nella pancia della sua mamma».
Il contatto fisico aiuta il bimbo a vivere fuori dal ventre materno, dopo lo stress della nascita. È così?
«Proprio così. Il “big bang”, come dice qualcuno, è proprio la nascita: è un grande trauma che viviamo. Passiamo da una vita totalmente protetta a una vita in cui tutto cambia. Non c’è più la placenta che fa da polmone, da intestino, da rene: ci sono i tuoi polmoni che devono respirare, il tuo intestino che deve lavorare, i tuoi reni che devono funzionare. Tutto questo crea fatica al neonato. Il neonato è ancora in simbiosi con la sua mamma almeno per i primi tre mesi. Questo è dimostrato da tanti studi di neuropsicologia e psicologia evolutiva, già dagli anni ’70. Ma contrastava con tante false certezze».
Come quella, per esempio, del “lascialo piangere che così si fa i polmoni”?
«Esatto. Lo dicevano a tutte le mamme. E le mamme lo facevano perché era quello che veniva detto loro».
Quindi il contatto fisico è fondamentale soprattutto nei primi tre mesi?
«È importante anche dopo, ma nei primi tre mesi è fondamentale. Pensi che l’associazione dei genitori dei neonati prematuri ha insieme a noi scritto un libro che si chiama “Nel tuo abbraccio”. Questo per dire quanto sia importante il contatto, ancora di più nei prematuri. Devono risentire quella parte del corpo. Nei primi tre mesi il neonato non si percepisce come individuo separato, ma come parte del corpo della mamma. E la mamma lo sente allo stesso modo.
Per questo, pratiche come lasciar piangere un neonato sono frutto di cattivi consigli».
Il bimbo che vive “troppo” in braccio non si vizia?
«No. Nei primi mesi non esistono vizi o capricci. Quelli arrivano dopo, verso l’anno e mezzo, i due anni. Nei primi mesi esistono solo bisogni: il bisogno di essere accudito, di sentirsi protetto. È un cucciolo totalmente indifeso, dipende in tutto e per tutto dal genitore. Il neonato piange perché ha fame, sete, perché ha il pannolino sporco, perché ha mal di pancia. Se sente che qualcuno si prende cura di lui, si calma. Capisce di essere in un ambiente protetto. Questo favorisce sicurezza, attaccamento, autostima».
E se questo non è stato possibile?
«Ci sono tanti modi dopo per “riparare”, per ricucire. Nulla è perduto».
Marsupio e fascia: sono strumenti utili?
«Assolutamente sì. Il marsupio è assolutamente positivo. In terapia intensiva neonatale, con i prematuri, si usa subito: si chiama proprio marsupioterapia. Hanno bisogno di stare insieme alla mamma».
E il co-sleeping? Dormire con il neonato?
«Non va consigliato in modo universale, perché ci sono rischi per il piccolo. Diverso è il “room sharing”, cioè dormire nella stessa stanza con la culla accanto al letto: questa è la soluzione migliore. Il bambino sente la mamma, la mamma può toccarlo, ma senza rischi per il neonato».
Il neonato deve stare con la mamma…
«Sì, gli fa bene seguire la mamma, sentire il suo respiro, la sua voce. Naturalmente senza trasformarlo in una costrizione. Esistono mamme diverse: mamme più “chiocce”, mamme che hanno bisogno di più spazio. Esiste la mamma giusta per quel bambino. È importante ascoltare anche il proprio istinto, che è guidato dagli ormoni: ossitocina e prolattina, che favoriscono l’accudimento, il legame, l’amore».
Tenere il bambino in braccio o nella fascia può favorire la produzione di latte?
«Sì. Tutto ciò che crea contatto e vicinanza stimola la produzione di ossitocina e prolattina. Il massimo avviene quando il bambino si attacca al seno, ma anche il contatto fisico aiuta. Più mamma e bambino stanno vicini, più la mamma è indotta a produrre latte. Sentire piangere il bambino può attivare la fuoriuscita del latte».
Foto: Pixabay

