Salario delle donne, Azzurra Rinaldi: «Basta guadagnare meno diventiamo coraggiose»

Azzurra Rinaldi (nella foto in apertura), economista e docente di Economia politica all’Università Unitelma Sapienza di Roma e direttrice della School of Gender Economics. L’intervista è stata pubblicata sul cartaceo di Mamme Magazine di sabato 7 marzo

di Angelica Amodei

La forza delle donne: lavorano, si prendono cura dei figli, costruiscono imprese, sostengono le famiglie. Eppure, c’è una disparità importante tra il guadagno di un uomo e quello di una donna. Ne parliamo con la professoressa Azzurra Rinaldi, economista e docente di Economia politica Università Unitelma Sapienza di Roma e direttrice della School of Gender Economics.

«C’è una disparità importante», spiega la Rinaldi, autrice di due libri Le signore non parlano di soldi e Come chiedere l’aumento, editi da Fabbri editore.

«E i dati peggiorano. L’ultimo Rendiconto di genere dell’INPS, presentato proprio una settimana fa, ci dice che nel settore privato il differenziale medio nelle retribuzioni tra donne e uomini supera il 25%. Ci sono poi settori particolarmente critici, come quello immobiliare, dove la differenza arriva al 40%. Ci sono settori inaspettati, come quello delle professioni scientifiche e tecnologiche, le cosiddette STEM, verso cui spingiamo tanto le nostre figlie: anche lì la retribuzione media degli uomini è del 35% più alta rispetto a quella delle donne. Oggi sappiamo la verità. Prima della Legge Gribaudo le aziende non erano obbligate a raccogliere dati disaggregati per genere. Semplicemente non li avevamo e non sapevamo quanto effettivamente le donne guadagnassero meno».

Ma come è possibile?

«La differenza la troviamo fuori dal contratto collettivo nazionale del lavoro, che prevede griglie salariali precise. Ma in altre situazioni non è così, non ci sono tutele. Anche chi è coperto dal contratto, però, ha una retribuzione composta da una parte fissa e una variabile. Ed è proprio sulla parte variabile che si gioca gran parte della disparità. I criteri di valutazione sono spesso costruiti su un modello maschile».

Quindi a una donna vengono proposti contratti diversi?

«Sì alle donne vengono proposti contratti diversi. Più fragili, più precari. L’ultimo Rendiconto di Genere conferma che le donne sono concentrate nei settori a basso valore aggiunto, con retribuzioni più basse e maggiore precarietà. Il lavoro femminile resta, ancora oggi, un lavoro più instabile».

Perché succede?

«Siamo ancora un Paese arretrato nella visione delle opportunità tra generi. E il nodo fondamentale è la maternità. Quando diventi madre, la società si aspetta che quello diventi il tuo ruolo principale. I dati dell’INPS ci dicono che dopo il primo figlio una donna su cinque lascia il lavoro. La percentuale cresce con l’aumentare dei figli. Mancano gli asili nido, manca il tempo pieno. Il 73% delle dimissioni volontarie richieste e accolte in Italia riguarda lavoratrici madri. Non è una rinuncia per mancanza di volontà, ma per mancanza di supporto. Un esempio: in Campania, ogni 100 bambini tra 0 e 2 anni, ci sono 13 posti in asilo nido. In Sicilia, 14. Significa che oltre l’85% resta fuori. Non ci sono servizi sufficienti, non ci sono aiuti concreti».

La donna così si sente più fragile, meno indipendente, meno libera di scegliere…

«Proprio così. Il fatto che le donne non lavorino è un problema per le donne, perché diventano più fragili economicamente, più dipendenti, più esposte anche alla violenza economica. Ma è un problema anche per le famiglie, che diventano più povere, e di conseguenza per il Paese intero».

E si fanno meno figli…

«Sì, c’è anche un problema demografico. Nei Paesi ricchi, quando il tasso di occupazione femminile è più alto, è più alto anche il tasso di natalità. Se le famiglie sono più ricche, possono permettersi più figli».

E in Italia?

«In Italia, non è vero che i giovani non vogliono figli: i dati Istat ci dicono che spesso non li fanno perché non hanno le risorse economiche. Il Fondo Monetario Internazionale ha indicato tre fattori chiave per la crescita: riforme, produttività e lavoro femminile. Va sostenuto il lavoro delle donne. Non è una questione ideologica, è economica».

Parliamo della donna che fa impresa.

«Oggi le donne imprenditrici sono circa il 22% del totale. Crescono, ma lentamente, perché non hanno alcuna tutela. Il congedo di maternità, ad esempio. Per le imprenditrici non c’è nulla. Altra difficoltà: l’accesso al credito. Da decenni sappiamo che le imprese femminili ottengono meno credito, in alcuni Paesi europei fino al 30% in meno. E il credito è ciò che fa la differenza tra sopravvivere, crescere o chiudere. I criteri di valutazione sono costruiti su modelli maschili. Le imprese femminili sono spesso più piccole, più attente alla sostenibilità, al capitale umano: caratteristiche non vengono valorizzate».

Le donne sono più caute: può essere un pregio…

«C’è anche una radice storica: per secoli le donne non hanno potuto accumulare patrimonio. Le donne, avendo meno coperture patrimoniali, sono più caute. Non è insicurezza, ma razionalità economica. La finanza comportamentale lo spiega bene: chi ha meno capitale da investire è più prudente».

Passiamo ai consigli: da donna alle donne.

«Iniziare a parlare di soldi. Sembra banale, ma non lo è. Il denaro è sempre stato raccontato come un ambito “non per noi”. Dobbiamo riappropriarcene partendo dal proprio ambiente sicuro, che spesso sono le amiche. Capirne di più ci aiuta a gestire meglio lavoro e finanze. Io curo un corso gratuito online, “Oltre il Rosa”, promosso da BPER, con 19 lezioni su finanza personale».

E poi…?

«Creare una relazione individuale con la propria banca. Anche scegliere una consulente finanziaria donna, a volte, può fare la differenza, perché parla un linguaggio più vicino alla nostra esperienza. Terzo: chiedere la giusta retribuzione. Chiedere di più. Imparare a contrattare. Quando capiamo che il denaro ci serve, che valiamo, che siamo uniche e che il nostro modo di fare le cose è irripetibile, allora diventa più facile trasformare quel valore in valore economico. La contrattazione non è una guerra, è quasi una pièce teatrale. Si può imparare. Si può anche iniziare chiedendo il 10% in più. Spesso ti dicono sì senza nemmeno discutere. E se dicono no, si torna alla cifra iniziale. Ma intanto hai fatto un passo. È anche così che si costruisce empowerment: parlando di soldi, imparando, chiedendo aiuto e soprattutto riconoscendo il proprio valore»

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