Mamma, perché c’è ancora la guerra? Proteggere il posto sicuro dei nostri figli

Un intervento dell’esperta sulle terribili cronache del fronte di guerra, dall’Ucraina al Medio Oriente

di Francesca Birello*

 

Guardiamo le immagini che arrivano dal Medio Oriente, ripensiamo a quelle che da anni giungono dall’Ucraina, o Gaza e il primo istinto, come madri e padri, è quello di coprire gli occhi ai nostri figli.

Vorremmo preservare la loro innocenza, ma la realtà è che la guerra, oggi, entra in casa anche se spegniamo la TV: passa dai video sui social, dai discorsi tra i banchi di scuola, dal clima di incertezza che noi stessi adulti respiriamo e portiamo a tavola.

Come psicoterapeuta che lavora ogni giorno con il trauma, so che la ferita più grande di un conflitto non è solo quella visibile nelle macerie. Esiste una distruzione silenziosa: quella del senso di sicurezza dei più piccoli, che può causare impotenza e perdita di speranza nel futuro.

I bambini ci osservano: la “Traumatizzazione Vicaria”

Dobbiamo essere consapevoli che per un bambino quello che accade “altrove” può essere percepito come pericoloso quanto un evento che accade a lui stesso. I figli osservano i nostri comportamenti per intuire come funziona il mondo. A volte non fanno domande per non metterci in difficoltà o per timore, ma questo non significa che non sentano la nostra paura.

Cosa fare? Non possiamo nascondere i nostri sentimenti, ma dobbiamo trovare un modo coerente per condividerli. Se siamo scossi, è meglio dire: “Sono preoccupata anche io per quello che succede, ma siamo insieme e cercheremo di capire come affrontarlo”.

I segnali da non sottovalutare: come parlano i bambini

Tutto ciò che i bambini non dicono a parole, lo mostrano con i comportamenti. Prestate attenzione a:

sintomi somatici: mal di pancia, mal di testa o stanchezza eccessiva.
difficoltà di separazione: una maggiore fatica a staccarsi da voi o a dormire soli.

Guida pratica al dialogo: tra verità e protezione

Spesso evitiamo l’argomento sperando che non soffrano, ma i bambini ascoltano anche quando sembrano distratti.

1. Evitate le mezze verità: Dire che “la guerra è lontana e siamo al sicuro” è una rassicurazione fragile. Meglio fornire parole per organizzare gli eventi: “Sta succedendo qualcosa di brutto che non dovrebbe accadere, ma molti adulti e capi di Stato stanno lavorando per far finire tutto questo”.

2. Sì al telegiornale, ma insieme: Non esponiamoli al tam tam continuo delle immagini, ma se guardate le notizie fatelo accanto a loro. Commentate, date loro la possibilità di chiedere.

3. Fate voi la prima domanda: Se il bambino non parla, provate a chiedere: “Cosa ne pensi di quello che hai sentito a scuola?”. È un modo per mostrare che siete ascoltatori attenti.

Una “prescrizione” per la speranza

Le risposte non devono essere tentativi di non farli pensare (“Pensa a giocare, sei piccolo”). È importante che i bambini possano provare preoccupazione e ricorrere a voi per un abbraccio.

Come scrive Bessel van der Kolk, il corpo “ricorda” tutto. Proteggere i figli non significa mentire, ma accompagnarli nella realtà con delicatezza. La sfida è non diventare indifferenti: la capacità di un bambino di essere triste per un suo coetaneo lontano è la prima, preziosissima forma di empatia.

Una carezza che ripara

Non possiamo fermare i conflitti lontani, ma possiamo decidere di essere noi il "luogo sicuro" per i nostri figli. Quando non ci sono soluzioni per eventi più grandi di noi, c’è qualcosa che funziona sempre: la vicinanza fisica, un abbraccio e la verità detta con amore. Perché se la guerra distrugge il mondo fuori, è la nostra presenza consapevole a ricostruire, ogni giorno, le infrastrutture della loro anima dentro.

Foto: Pixabay

*Francesca Birello
Psicologa-psicoterapeuta
Sito: www.drssabirello-psicologofirenze.it

 

 

 

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