Adriana Silvia Sartor. «Ho 77 anni, amo i miei nipoti ma ho un’azienda da guidare»

Nella foto: Adriana Silvia Sartor, la quinta da sinistra, 77 anni, durante la cerimonia a Seattle, negli USA, durante la premiazione “2025 Women Who Make the Difference” (2025 Donne che fanno la differenza). L’articolo è stato pubblicato sul cartaceo di Mamme Mgazine del 20 dicembre 2025

di Manila Alfano

 

Chiedimi quanti anni ho? Settantasette suonati e nessuna voglia di nasconderlo». Adriana Sartor è di fretta anche a Natale. Ha ancora il jet lag da smaltire dall’ultimo viaggio negli Stati Uniti e ha già programmato il prossimo per l’Asia.

Non immaginatevi una nonna in poltrona con una tazza di tè fumante davanti al naso; figuratevi piuttosto la forza di un fiume perennemente in piena, forse merito anche di un nonno tra gli Indiani d’America. Imprenditrice con l’ingegnosità veneta che le scorre tra le vene e l’ottimismo di chi trae vantaggio anche dalle difficoltà, è il tipo che, da quando è nata nel 1948 a Montebelluna, non si è mai fermata. Nonna di tre nipotini, due bambine e un bambino di un anno, ha voluto una grande casa per tutti. «Così quando torno dai viaggi so che posso godermi i miei piccoli. Sono una nonna che li vizia un po’ e ogni volta che torno sono carica di cose per loro».

Amministratore delegato di una azienda di Milano considerata eccellenza italiana ha nella sua storia una sfilza di incarichi in Assolombarda e in Confindustria, impegnatissima nel sociale «perché ho avuto molto e imparato a dare altrettanto», sponsor della Scala, di Milano e del Metropolitan Museum di New York, membro della Camera di commercio a New York, e socia del Women’s Forum International, è la prima donna a ricevere il premio “Woman who make the difference”, una sorta di Nobel per l’imprenditoria, un riconoscimento a chi si distingue per leadership, impatto sociale, visione globale. “Non me lo aspettavo, figuriamoci, prima di me hanno premiato gente come Hillary Clinton, Isabel Allende, Margareth Tatcher». Un traguardo personale, ma anche un messaggio di ispirazione rivolto a tutte le donne che creano un futuro più giusto.

«È il nostro carattere che ci determina, spiega, e io per fortuna posso dire di averne uno piuttosto forte. Mi rifiuto di sentirmi abbattuta, forse perchè ho visto da bambina il male oscuro della depressione mordere mio padre e rovinare la mia famiglia». Una vita sulle montagne russe dove lei non perde mai il controllo, nemmeno quando rimane improvvisamente vedova con due figli appena arrivati e deve scegliere se mettersi alla guida di Elettrotec, la società che ha visto nascere nel lontano 1977 quando il marito Pietro, fresco di laurea di ingegneria, prende un capannone a Milano e inizia a produrre valvole, misuratori di flussi.

Allora erano tempi più tranquilli, e lei traduceva Harmony dall’inglese per far quadrare i conti. «Ci serviva un tavolo? Lavoravo a un Harmony, pagavano molto bene e mi divertivo a farlo». Quando poi, alla soglia dei quarant’anni decide di diventare madre lo fa adottando due bambini: Fernando, prelevato dalla Patagonia cilena, nei giorni della fine del regime di Pinochet e poi Ruggero dal Messico, e per stare accanto ai due bambini decide di dare un calcio alla carriera costruita nell’azienda americana 3M.

Fino alla morte prematura del marito che la mette davanti a un bivio. Da un lato la famiglia formata da poco e tutta da seguire, dall’altro un lutto che avrebbe potuto lasciar il posto al panico e al rammarico. Ma Adriana non è tipo da arrendersi. «Ho commissionato immediatamente uno studio per capire se l’Elettrotec avesse un futuro, altrimenti avrei venduto». La riorganizza e inventa un marchio per rendere riconoscibili le eccellenze di casa, si svincola dai distributori, la espande, apre sedi in giro per il mondo, in Tunisia, negli Stati Uniti, sfonda in Cina. «L’ho detto anche durante un discorso in Confindustria: abbiate coraggio e curiosità, pagano sempre, io scruto sempre nuovi orizzonti, lo insegno anche ai miei nipotini. Guardate lontano e non lamentatevi mai».

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