Leggere da piccoli è l’impronta che resta dove tutto comincia

L’articolo è stato pubblicato sul cartaceo di Mamme Magazine di sabato 13 dicembre 2025

di Mario Caccialupi

 

Una fuga nel deserto, come un esodo, come un’anabasi, epico e pieno di insidie, con una patria perduta che non sarà mai più possibile ritrovare. È il viaggio di Hazel, Fiver, Bigwig. Il leader che fa le scelte difficili, il visionario che intravede il futuro e il guerriero leale e coraggioso, solo che questi personaggi leggendari non sono umani e neppure divini. Sono conigli in cerca di una terra promessa.

Leggere da piccoli non è un esercizio, è un’impronta. Non ce ne accorgiamo mentre sfogliamo pagine troppo grandi per le nostre mani, con il respiro corto di chi sta scoprendo un continente. Lo capiamo dopo, quando la vita lentamente assomiglia a quei libri che pensavamo di aver dimenticato. Le storie dell’infanzia non svaniscono.

Restano come certe cicatrici leggere, che non fanno male ma cambiano il modo in cui la pelle sente il mondo. È lì che comincia tutto: nel primo stupore, nella prima paura, nella promessa che da qualche parte esiste un luogo dove vale la pena fermarsi. La collina dei conigli di Richard Adams è uno di quei romanzi che arrivano così, senza preavviso. Da bambini lo leggiamo come un viaggio di animali.

Da grandi scopriamo che parlava di noi. Di un gruppo che fugge, si perde, si ritrova, inventa un destino. La loro collina è un’utopia minima, un rifugio conquistato a denti stretti, che ci insegna la misura della paura e il coraggio di attraversarla. Ci dice che ogni comunità nasce fragile, che non basta esistere, bisogna scegliersi. È un libro che ti resta addosso come una bussola: non indica sempre la strada giusta, ma ti ricorda che muoversi è meglio che restare fermi.

Sono alcune delle avventure con cui sei cresciuto. C’è Il vento tra i salici di Kenneth Grahame, con quella calma che inganna. Un romanzo che sembra scritto per accompagnare i sonni dei bambini e invece scava radici profonde. Il fiume, la tana, il bosco, la casa sul sentiero: tutti luoghi che diventano interiori, piccole stanze della memoria dove torniamo nei giorni in cui il mondo pesa troppo. Talpa, Topo, Rospo, Tasso vivono nel ritmo tranquillo delle stagioni, ma nelle loro avventure c’è un’idea di amicizia che ancora oggi funziona come una grammatica. È un libro che educa alla gentilezza. Alla pazienza. A quella quieta ostinazione che serve per restare umani. E poi Rodari, che è un continente a parte. Non un semplice autore per bambini, ma un architetto della libertà. Le sue storie aprono finestre dove nessuno pensava ci fossero muri. Insegnano che la fantasia non è fuga, è un modo serio di tenersi in piedi quando tutto il resto traballa. Le sue parole sono una scuola: l’errore come rivelazione, l’impossibile come esercizio, il gioco come metodo. Rodari è la voce che ti rimane in tasca quando cresci, quella che ti ricorda che le parole non servono soltanto a descrivere il mondo, ma a cambiarne l’inclinazione.

Leggere da bambini significa mettere le mani sul futuro senza saperlo. Le storie creano un alfabeto affettivo che non si cancella. Ci preparano a riconoscere il bene e il male, a scegliere chi vogliamo essere quando la vita ci costringe a uscire dal recinto. Sono libri che ci leggono. Che ci interpretano. E quando da adulti torniamo a sfiorarli, scopriamo che hanno conservato per anni una luce che non avevamo visto.

Forse è questa la traccia più potente: l’idea che crescere sia un lento ritorno alle prime parole che ci hanno detto chi eravamo, prima ancora che imparassimo a dirlo da soli,

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