Travaglio: quali sono le fasi del parto durante il travaglio

Il travaglio, che inizia prima del parto (naturale o cesareo) vero e proprio, si suddivide in diverse fasi. Vediamo quante e quali sono.

Il travaglio non coincide con il parto. Si tratta, al contrario, di una fase molto più ampia che comincia con le prime contrazioni uterine vere e proprie. Queste non vanno confuse con le contrazioni preparatorie che possono essere avvertite per tutto il mese precedente alla data del parto, né con le contrazioni di Braxton Hicks, denominata anche finto travaglio.

Il processo si apre dunque con le contrazioni e procede fino a dopo il parto, che rappresenta soltanto un momento all’interno di questo avvenimento di più grandi dimensioni.

Quali sono le fasi del travaglio

Il travaglio ha sempre inizio con la rottura delle acque: questa consiste nella perdita del tappo mucoso. Alla rottura seguono le contrazioni, che diventano sempre più frequenti e intense. Tuttavia sappiamo che, durante l’ultimo mese di gravidanza, la donna incinta potrebbe avvertire alcune contrazioni che non costituiscono un sintomo di inizio del travaglio.

Come fare dunque a distinguere i diversi tipi di contrazioni? In genere non risulta troppo difficile: la maggior parte delle donne afferma che, quando il travaglio inizia, non sussistono dubbi, anche se si tratta del primo parto. Tuttavia, può essere utile dare una breve spiegazione. Le contrazioni da travaglio sono regolari e diventano sempre più intense con lo scorrere del tempo.

Al contrario, le contrazioni di Braxton Hicks sono irregolari, molto meno frequenti (non più di due al giorno) e normalmente non dolorose.

In genere coincidono con i movimenti del feto nel sacco amniotico. La cervice, durante questa fase, comincia ad assottigliarsi e a dilatarsi. Quando si giunge a una dilatazione di circa 4 cm, ha inizio il travaglio vero e proprio.

La seconda fase è detta anche fase attiva del travaglio. Il collo dell’utero, innanzitutto, si ritrae verso l’interno e si dilata. La cervice si allunga, il che innesca la produzione di ossitocina nell’ipofisi.

L’ossitocina, a sua volta, rende le contrazioni più regolari, ravvicinate e vigorose, il che contribuisce alla nascita del bambino. Il collo dell’utero continua a dilatarsi e, giunto a 8-10 cm, comincia la terza fase.

Durante la fase espulsiva la madre deve spingere secondo i ritmi dettati da medici e ostetrici presenti, e si conclude con l’espulsione del neonato dalla vagina (salvo il caso in cui si tratti di parto cesareo).

La fase conclusiva del travaglio è chiamata secondamento. Si tratta del momento in cui, dopo il parto vero e proprio e il taglio del cordone ombelicale, anche le membrane e la placenta vengono espulse.

Quante sono le fasi del travaglio

Le fasi del travaglio, come abbiamo visto nel paragrafo precedente, sono essenzialmente quattro. La prima, detta fase prodromica, è in realtà una fase di preparazione al travaglio vero e proprio, che comincia davvero in corrispondenza della fase attiva.

Per tale ragione, in alcuni casi si considerano solo tre fasi dell’intero processo: la fase attiva, la fase di espulsione e il secondamento.

In realtà, in alcuni casi, si può persino contare una quinta fase, che si situa a metà tra le fasi già citate. Si tratta della cosiddetta fase di transizione e, proprio in quanto tale, spesso non viene considerata separatamente. La fase di transizione si situa temporalmente tra la fase attiva e quella espulsiva. Le contrazioni continuano, ma non è ancora il momento di spingere per fare uscire il bambino poiché la dilatazione non è sufficiente. Durante questo lasso di tempo, infatti, la cervice continua a dilatarsi sino a raggiungere gli 8 o 10 cm con i quali ha inizio la fase espulsiva.

La fase di transizione, spesso trascurata nella spiegazioni riguardanti il travaglio, è in realtà quella più dolorosa. La difficoltà è creata dal fatto che, mentre la cervice continua a dilatarsi, il bimbo preme. La partoriente proverà un irrefrenabile voglia di spingere, simile allo stimolo che si ha quando si avverte l’urgenza di defecare. Tuttavia, è indispensabile attenersi rigorosamente alle indicazioni del personale medico poiché, iniziando a spingere prima del tempo si rischia una lacerazione del perineo.

Cosa aspettarsi durante le fasi del travaglio

La domanda che può spesso si pongono le donne incinte e i loro partner è: come è possibile accorgersi che il travaglio è iniziato? La maggior parte delle persone afferma che, anche qualora si trattasse del primo parto, nel momento in cui i sintomi si manifestano non possono sussistere molti dubbi. Molte donne paragonano il dolore provocato dalle contrazioni a quello di crampi mestruali molto più intensi, altre lo descrivono come la sensazione di una cintura che preme sul ventre e sui reni.

In ogni caso, si tratta di un’esperienza molto personale che varia per ogni persona, quindi basarsi sulle testimonianze altrui ha senso fino a un certo punto. Per sapere cosa aspettarsi dalla prima fase del travaglio, occorre considerare, come abbiamo già detto, che le contrazioni diventano regolari, più frequenti (almeno cinque in un’ora) e più intense con il passare del tempo. In alcuni casi, può verificarsi la rottura delle acque senza che ci siano contrazioni. Normalmente si prosegue con una tecnica di induzione del travaglio poiché l’utero, contraendosi spontaneamente, contribuisce anche all’espulsione del neonato.

Durante la fase attiva le contrazioni diventeranno più lunghe e più frequenti. Al loro picco, esse durano tra i 25 e i 60 secondi l’una e si presentano ogni 2/5 minuti. Da questo momento, la donna che desidera sottoporsi all’epidurale può farne richiesta.

La fase di transizione che segue, come accennavamo, risulta la più dolorosa. Occorre resistere all’impulso di spingere e, in questo lasso di tempo, è frequente avvertire sintomi come nausea, voglia di defecare, tremori, brividi, calore, vomito, stanchezza. Si tratta di manifestazioni perfettamente normali.

La fase espulsiva, che si conclude con la nascita, è quella in cui invece saranno necessarie alcune spinte. Inoltre, potrebbe rendersi necessaria l’episiotomia, ovvero un’incisione tra vagina e ano che presenta la doppia funzione di facilitare l’uscita del bebè ed evitare lacerazioni alla mamma. Per l’espulsione della placenta in genere occorre attendere un massimo di mezz’ora. La mamma verrà poi pulita e disinfettata e, se necessario, le verranno applicati alcuni punti di sutura.

A chi rivolgersi quando inizia il travaglio

Quando il travaglio comincia, è necessario recarsi in ospedale. Se non avete un partner, dei parenti o amici che possono accompagnarvi in automobile, non esitate a chiamare un’ambulanza. Si tratta di una possibilità a disposizione delle partorienti, che dovrebbero assolutamente evitare il rischio di guidare in questo delicato momento.

Nel concreto, come ci si rende conto che è il momento di andare in ospedale? La situazione ottimale sarebbe recarvisi alla fine della prima fase, ovvero in corrispondenza dell’inizio del travaglio vero e proprio. Vediamo come è possibile rendersi conto che il momento è giunto.

Il primo sintomo corrisponde alla perdita del tappo mucoso. Si tratta del tappo che chiude l’utero, composto di una sostanza biancastra e dalla consistenza gelatinosa. Esso presenta spesso striature rosate e la sua perdita può essere accompagnata anche da una fuoriuscita di sangue. Pur coincidendo con l’inizio del travaglio, la perdita del tappo non dove indurci a precipitarsi in ospedale. Se non è accompagnata da ulteriori sintomi, infatti, la perdita in sé non è particolarmente indicativa. Potrebbe trascorrere persino interi giorni prima dell’inizio del travaglio in senso stretto, dunque non c’è fretta.

Il secondo sintomo da prendere in considerazione è la presenza di contrazioni, delle quali abbiamo già ampiamente parlato. Per essere considerate contrazioni effettive, ovvero contrazioni da travaglio, è necessario che esse soddisfino alcune caratteristiche. Essenzialmente, mentre le contrazioni del mese precedente tendono a indebolirsi e distanziarsi, quella effettive continuano a ravvicinarsi e intensificarsi. Quando le contrazioni iniziano a comparire con una distanza di dieci minuti tra una e l’altra, è il momento di recarsi in ospedale.

Infine, il sintomo decisivo corrisponde alla rottura del sacco amniotico. Essa è piuttosto evidente: potremmo avvertire un liquido caldo, diversi dall’urina, incolore fuori dalla vagina, oppure solo qualche goccia di un liquido trasparente e inodore: si tratta proprio del liquido amniotico. La rottura del sacco amniotico segna l’inizio del travaglio dunque, se avviene quando siamo fuori dall’ospedale, occorre precipitarvisi per scongiurare il rischio di infezioni. Inoltre, se la rottura avviene al di fuori di una struttura ospedaliera, è probabile che bisognerà partorire sul letto senza la possibilità di scegliere le posizioni che si preferiscono.

Come prepararsi al meglio al travaglio

Il travaglio e il parto rappresentano momenti carichi tanto di valore emotivo quanto di stress a livello fisico, nel quale il dolore gioca una parte importante. Esistono corsi di preparazione e accompagnamento al parto che insegnano alcune tecniche per arrivare preparate a questo momento, gestendo al meglio il carico emotivo e di dolore che ci assale.

Innanzitutto, durante questi corsi viene spiegata la funzione del dolore durante il travaglio. A livello fisico, esso gioca il delicato ruolo di favorire il passaggio del nascituro attraverso il canale del parto, rendendo più rapidi l’intero processo e la nascita. Inoltre, il dolore intenso stimola la produzione di endorfine, ormoni del piacere che proteggono la madre e il bambino.

Infine esistono, oltre all’epidurale, tecniche naturali per attenuare il dolore. La prima è quella degli impacchi o dei bagni caldi. Il calore, rilassando legamenti e muscoli, attenua infatti la sensazione dolorifica. Inoltre può essere utile un massaggio localizzato sulla zona del dolore, ma attenzione: molte persone lo trovano fastidioso, quindi non esitate a rifiutarlo.

Scritto da marafallini
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