Barbara Riccardi, maestra da Nobel: “Il segreto? Studiare divertendosi”

Dice di sentirsi un po’ come Amélie, il visionario film della ragazzina francese. Amélie riesce a trovare la felicità nelle piccole cose, osservando il mondo con stupore. Ecco, parlare con Barbara Riccardi alla fine significa questo: il suo modo di essere insegnante, oggi di una terza elementare in una scuola pubblica di Roma, zona Porta San Paolo, eccentrico a qualsiasi altro modo di insegnare.

Cinquant’anni, single, una adolescenza vissuta dai salesiani che l’ha formata e quasi scolpita, finalista al Global Teacher Prize del 2016, una specie di Nobel dell’insegnamento, cavaliere della Repubblica per i meriti acquisiti nell’educazione dei ragazzi, autrice di due libri (“S.O.S, Pattume” e “Scarabocchi in fuga”) che rappresentano sia il suo modo di insegnare che di vivere.

«Mettiamola così. Il metodo di insegnamento che si basa su “studiate da pagina 30 a pagina 35”, non solo non è il mio metodo, ma lo reputo profondamente sbagliato e punitivo per i ragazzi».

Quindi lei come fa a insegnare la storia dei sumeri se non assegna ai ragazzi il compito di leggere da pagina 30 a pagina 35?

«Per esempio tenendo alcune riunioni del nostro tg dei ragazzi che avranno per argomento la storia dei sumeri. Non voglio che gli alunni mi imparino le pagine, voglio che affrontino quel tema con domande, curiosità, narrazione. Il tg è uno strumento innovativo, che adottiamo da qualche anno, il cui obbiettivo è trasformare i ragazzi da utilizzatori passivi della scuola a utilizzatori attivi. Veri e propri cronisti di quel periodo storico».

E chi ha sempre studiato pagine su pagine, a volte anche a memoria, poesie e tabelline, tempi verbali e aggettivi e pronomi?

«Le nostre non sono classi, ma laboratori, dove si fa per imparare a fare. Ho ventuno alunni, tutti geni secondo me. Il mio compito è quello di estrarre da ognuno di loro il proprio talento, la propria genialità, quello che gli piace fare e quello che è portato a fare. La scuola è una palestra di vita».

Sarà anche palestra di vita, ma se non apprendi le nozioni poi in palestra ti muovi male…

«Lei sbaglia approccio. Quel che più conta quando si è bambini e si sta a scuola è la felicità. È giocare, seriamente certo, ma giocare. Basta con l’insegnante che ordina e basta con l’ansia da prestazione. Sa che spesso, quando ne avverto la necessità, io faccio un cerchio nell’aula e lì, in quel cerchio, parliamo delle loro ansie e delle frustrazioni. Anche un bambino di otto anni ha ansia e frustrazione. Io devo alleggerirgli lo zaino che si porta sulle spalle, sviluppare la loro creatività, ampliare il percorso esperienziale. In questo modo vengono fuori ragazzi del futuro, di un futuro migliore e più ricco».

Esempi concreti?

«Tempo fa ho introdotto un corso di cucito e ricamo. Sì, maschi e femmine certo. Prima ho dovuto fronteggiare il malumore dei genitori dei maschi poi è emerso che gli alunni diciamo così più irrequieti si erano appassionati e a loro volta insegnavano ai compagni di classe più scettici».

Perché anche in Italia non si introduce un serio corso di inglese?

«Noi l’inglese lo facciamo. Ma non usiamo lo studio della grammatica e non utilizziamo le fotocopie. Noi facciamo il teatro comico inglese. Impariamo i dialoghi in inglese e interpretiamo le scene di una commedia che ci scriviamo da soli».

I suoi metodi di insegnamento sono minoritari…

«È per questo che giro molto nelle scuole primarie, per portare il mio contributo alla innovazione della didattica. Ma quando i miei alunni arrivano in prima media si distinguono dagli altri». In cosa si distinguono? «Hanno risposte e non hanno paura di parlare».

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