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Parto indotto: quando farlo e perché

Parto indotto

Parto indotto: quando è necessario ricorrere all'induzione e le tecniche utilizzate

Quando il travaglio non avviene in modo spontaneo, o in presenza di casi clinici specifici, può essere indotto tramite farmaci o attraverso una stimolazione manuale o artificiale. Vediamo meglio insieme quando risulta necessario ricorrere al parto indotto e quali sono i metodi di induzione esistenti.

Parto indotto: di cosa si tratta?

Con parto indotto si fa riferimento all’induzione del travaglio di parto tramite metodi artificiali. “Indurre al travaglio” porta all’utilizzo di alcune tecniche farmacologiche capaci di provocare un mutamento del collo dell’utero e stimolare le contrazioni necessarie. In alcuni casi è una scelta obbligata a fronte di gravidanze oltre il termine o di casi in cui c’è una rottura anticipata delle acqua anche se, negli ultimi anni, in Italia, le induzioni “inutili” stanno sempre più aumentando. Il parto indotto rappresenta il 20-25% delle gravidanze ed è uno degli interventi più attuati. Tale fatto però non è soltanto italiano: ad esempio in Inghilterra, in alcuni ospedali, tale fenomeno arriva a percentuali importanti, cioè del 29%.

L’induzione è un metodo che va a modificare la fisiologia del parto e che può essere causa di rischi e complicanze durante il travaglio come anomalie della frequenza cardiaca del feto o una maggiore possibilità di avvalersi del cesareo.

Quando è necessario il parto indotto?

Il ricorso al parto indotto è un metodo che può trovare impiego solo quando il termine naturale della gravidanza potrebbe arrecare rischi alla futura mamme e al suo bambino. L’induzione al parto diventa necessaria nei casi in cui la gravidanza si protrae oltre il termine stabilito (42 settimane) così da evitare il cesareo. In occasione di gravidanze più lunghe, se i medici non effettuano il parto indotto, c’è il rischio che il feto si sviluppi troppo risultando così letale per la placenta e pericoloso per la futura mamma. L’induzione, inoltre, avviene anche nel caso in cui ci sia una rottura delle acque ma il travaglio non è avviato. Se la rottura avviene diverse ore prima del travaglio la madre e il feto sono a rischio di infezione; la situazione si aggrava invece quando la rottura avviene molte settimane prima della data, portando alla nascita prematura del bimbo.

Un’altra condizione in cui risulta necessario agire tramite l’induzione è quando avviene il distacco di placenta, cioè quando questa si separa dalla parete interna dell’utero.

Gli effetti di tale distacco possono essere molto gravi e portare all’insorgere di emorragie di sangue prima del parto. Non sempre l’induzione ottiene gli effetti desiderati al primo tentativo quindi, riprovare con un secondo a distanza di due giorni dal primo, solo nel caso in cui il sacco amniotico non si sia rotto, è la cosa migliore da fare. Nel caso in cui anche questo non funzioni, sarà necessario ricorrere al cesareo.

I metodi di induzione

Non esiste un solo metodo per effettuare l’induzione al parto ma ce ne sono diversi. Tutto dipende dalla storia della gravidanza e dallo stato di crescita dell’utero al momento in cui si voglia agire con l’induzione. Oggi i metodi utilizzati sono di tipo farmacologico e non.

Il metodo con fettuccina, ormai sempre più diffuso, fa parte delle tecniche farmacologiche e prevede che venga inserita direttamente in vagina una fettuccia di circa 15 cm imbevuta di prostaglandine per un massimo di 24 ore.

Tale fettuccia, simile ad un assorbente interno, rilascerà gradualmente il principio attivo così da favorire l’ammorbidirsi della cervice e l’inizio delle contrazioni.

Il distacco manuale, tecnica non farmacologica, consiste in una manovra che dev’essere effettuata o dal ginecologo o dall’ostetrica al fine di separare manualmente le membrane della cervice per evitarne la rottura.

Il distacco delle membrane può essere eseguito anche con il metodo del palloncino, una tecnica innovativa e ancora in fase di sperimentazione che consiste nell’inserire nel canale vaginale un palloncino che, una volta raggiunto il collo dell’utero, si gonfierà fino a raggiungere un diametro di 4-5 cm. In tal modo, avviene una stimolazione meccanica che porterà il distacco delle membrane e attiverà il rilascio di prostaglandine naturali portando all’ammorbidimento del collo dell’utero.

Le contrazioni, infine, possono essere stimolate con una flebo per via endovenosa di ossitocina. Tale tecnica viene adoperata nel caso in cui il collo dell’utero si è già ammorbidito e accorciato ma la dilatazione e il travaglio non avvengono.

Il compito dell’ossitocina permetterà di aumentare le contrazioni accelerando così i tempi della dilatazione. Le contrazioni provocate da tale ormone saranno più dolorose di quelle naturali e per tale motivo i medici consigliano l’epidurale.

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