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L’ostetrica condannata per lesioni

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Un'ostetrica è stata condannata per lesioni gravi ad un neonato. Scopri quando e perché si può parlare di violenza ostetrica su Mamme Magazine!

Il 2 febbraio è stata confermata la condanna dell’ostetrica di Olbia che aveva procurato gravi lesioni ad un neonato. L’accusa per la donna e altre due ginecologhe della Asl, poi assolte, risaliva al 2009. Il fatto, accaduto nel corso di un parto naturale poi trasformatosi per necessità in cesareo, le è costato 4 mesi di reclusione con la condizionale.

Cos’è la violenza ostetrica

Il caso di Olbia può essere collegato ad un fenomeno riconosciuto soprattutto nei paesi in via di sviluppo, la violenza ostetrica. Un modo di indicare tutti quei comportamenti, messi in atto dal personale dei reparti di ostetricia e ginecologia, che possono traumatizzare le neo mamme e danneggiare il bambino. Si parla di violenza ostetrica non solo quando il personale medico abusa o offende deliberatamente la paziente, ma anche in casi più comuni. Ad esempio, quando la paziente viene sottoposta a procedure mediche di cui non è abbastanza o affatto informata. O quando non viene rispettata perché si vede trattata con negligenza, maleducazione, discriminazione.

Uno studio pubblicato nel maggio del 2018 per conto delle associazioni CiaoLapo Onlus e La Goccia Magica, e di OVOItalia (Osservatorio sulla Violenza Ostetrica) ha intervistato 424 donne con figli di età compresa tra zero e 14 anni.

Il 21,2% delle mamme ritiene di aver subito violenza ostetrica. Ma anche le altre percentuali fanno pensare: il 67% di loro lamenta di non essersi sentita aiutata durante il parto, chi perché non ha visto tutelata la propria privacy, chi perché non si è potuta fidare del personale di sala. Sul lungo periodo, molte di loro non tornerebbero nello stesso ospedale per partorire di nuovo, o addirittura non vogliono più fare figli.

La risposta dei medici

Nel 2016 la campagna “#Bastatacere: le madri hanno voce” ha attirato l’attenzione pubblica sul fenomeno, che è più diffuso del previsto.

Forse perché non se ne parla abbastanza. Da un lato, la donna non ha altro modo per denunciare la violenza ostetrica, se non quello di testimoniare da sola: è la sua voce contro quella del personale ospedaliero. Dall’altro lato, sono la prassi e il buon senso a legittimare molte delle procedure mediche che si applicano in sala parto. Per giunta, il termine “violenza ostetrica o ginecologica” è stato usato per la prima volta in Sudamerica da alcuni gruppi femministi in lotta per conquistare alle donne cure migliori è più accessibili.

C’è dunque un significato politico e sociale che facilmente si trasforma in pregiudizio.

A questo proposito, i medici italiani hanno dato la loro opinione per tramite del presidente della SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia). In una lettera indirizzata all’European Journal of Obstetrics & Gynecology, sostiene che la campagna #Bastatacere e lo studio che ne è derivato siano prevenuti, dal momento che danno per scontata la violenza del comportamento del personale in sala parto.

Questo non solo crea allarmismo nelle future mamme, ma mette ingiustamente in crisi l’autorevolezza dei medici. Il che è dannoso per il rapporto medico-paziente:un medico che esegua passivamente quello che gli dice la paziente non sta facendo il bene di lei. La paziente infatti non ha le competenze (e, al momento del parto, la lucidità) per poter decidere da sola come curarsi.

Il rapporto medico-paziente

Resta quindi fondamentale che tra il medico e la paziente si instauri un dialogo all’insegna della fiducia: per il medico, che può decidere cosa è meglio per la paziente in base alle sue richieste, e per la paziente, che può vivere il momento del parto con serenità e sicurezza.

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