Fattore Rh in gravidanza: tutto quello che c’è da sapere

Fattore Rh in gravidanza: di cosa si tratta, cosa comporta e come prevenire e rendere minimi gli eventuali rischi per il bambino.

Durante i nove mesi di gravidanza ci sono diverse situazioni che i futuri genitori devono considerare e gestire. Durante il primo trimestre, la verifica del gruppo sanguigno e del fattore Rh è uno degli esami che vengono offerti a tutte le gestanti.

Fattore Rh: di cosa si tratta e perché è così importante in gravidanza? Scopriamo insieme.

Fattore Rh in gravidanza

Il fattore Rh è un gruppo di molecole che possono essere presenti sulla superficie dei globuli rossi. Rispetto al fattore Rh, si possono presentare due diverse situazioni: Rh positivo, se il fattore è presente e Rh negativo, se è assente. Così come i gruppi sanguigni AB0, anche il fattore Rh rappresenta un sistema di classificazione del sangue.

Tra le varie molecole che definiscono il fattore Rh, quella chiamata antigene-D è considerata la più importante.

Conoscere il fattore Rh in gravidanza è fondamentale per poter stabilire una possibile incompatibilità tra il sangue materno e quello del feto. Infatti, se una donna è Rh negativa e il compagno è Rh positivo, in caso di gravidanza può presentarsi il problema dell’incompatibilità del fattore Rh tra madre e figlio (anche se quest’ultimo risulta Rh positivo). Nel caso in cui i futuri genitori abbiano gruppi sanguigni differenti, se il feto eredita il gruppo paterno, la madre può sviluppare una risposta immunitaria (cioè produrre anticorpi) contro i globuli rossi del feto, che l’organismo materno identifica come estranei perché diversi dai propri. Gli anticorpi materni attaccano e distruggono i globuli rossi del feto; la possibile conseguenza di ciò è una anemia, nota come malattia emolitica del feto, che nei casi più gravi può condurre a morte intrauterina.

Incompatibilità del fattore Rh in gravidanza

Durante la gravidanza, si può verificare una condizione in cui la mamma è Rh negativa, mentre il feto è Rh positivo. Se la mamma Rh negativa entra in contatto con il sangue del feto Rh positivo, essa può cominciare a produrre anticorpi contro i globuli rossi del bambino stesso (anticorpi anti-D), che riconosce quindi come estranei. In questo caso, quindi, si parla di immunizzazione della mamma.

Di solito, tutto ciò si verifica solo durante il parto e quindi non ci sono conseguenze per il bambino. Se il contatto avviene prima, però, potrebbero esserci serie conseguenze: in questi casi, gli anticorpi della mamma attraversano la placenta e raggiungono il sangue del feto, distruggendo i suoi globuli rossi. Tale condizione si chiama malattia emolitica fetale-neonatale, che può portare purtroppo anche alla morte in utero. Oggi, grazie al miglioramento della sorveglianza materno-fetale e alle possibilità di trattamento in utero, i casi gravi di malattia, che possono anche comportare morte in utero, sono meno del 10% del totale.

Come prevenire i rischi per il bambino

Oggi esiste una terapia efficace, definita profilassi anti-D, che permette di prevenire o comunque di rendere minimi gli eventuali rischi per il bambino. Si tratta di una iniezione a base di immunoglobuline anti-D che viene praticata per via intramuscolare sulla spalla. Tale profilassi impedisce la formazione di anticorpi materni contro i globuli rossi del bambino.

In genere, la profilassi anti-D viene offerta di routine a tutte le donne in gravidanza risultate Rh negative non sensibilizzate a 28 settimane e ripetuta entro 72 ore dal parto nel caso il neonato sia Rh positivo. Va effettuata anche in caso di aborto, a eccezione di quelli spontanei che avvengono prima della 13esima settimana senza un successivo raschiamento.

Scritto da Francesca Belcastro
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