Le conseguenze più frequenti di un aborto volontario

L'aborto volontario si effettua in maniera chirurgica e medica con farmaci. Possibili rischi e conseguenze di una scelta difficile.


Un aborto volontario è tale quando non vi sono alla base motivi terapeutici, ma la sola volontà della donna, che avrà maturato la sua decisione dopo aver parlato con un medico, un terapeuta, un’amica o con il compagno. È una scelta complessa e definitiva fatta tenendo in considerazione che prima viene effettuato l’aborto volontario, meno rischi ci sono.

Meglio conosciuto come IGV, l’aborto volontario è un’opzione difficile che molte donne scelgono per i motivi più diversi. La giovane età, le condizioni economiche sfavorevoli, una GEU (gravidanza extrauterina), un padre indesiderato (ad esempio uno stupratore), l’assunzione di particolari categorie di farmaci, malformazioni o malattie congenite/genetiche che comprometterebbero la salute del piccolo, sono tutte delle possibili cause che possono indurre una donna a porre fine alla sua gravidanza.

Aborto provocato

Esistono metodi chirurgici e farmacologici per praticare un aborto volontario scelti in base al periodo gestatorio. Sin da subito vi è l’aspirazione manuale del feto mediante un tubo inserito nell’utero, mentre, fino all’ottava settimana di gestazione, si interviene con la isterosuzione, che aspira via anche l’endometrio. Superato questo periodo, tra i due ed i tre mesi si applicano delle metodologie simili, ma più invasive, chiamate D&R e D&S: nel primo caso – dilatazione e revisione della cavità uterina – si pratica l’anestesia alla madre e si dilata la cervice, attraverso la quale si introducono delle cannule per aspirare il feto, più grande rispetto ai primi due mesi di gravidanza.


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Quando lo stadio è più avanzato, come nel secondo trimestre, si interviene con la D&S – dilatazione e svuotamento della cavità uterina: la dilatazione avviene meccanicamente (e non chimicamente come per la D&R) asportando placenta, feto e liquido amniotico (raschiamento per eliminare tutto quello che resta nell’utero).

Per la metodologia farmacologica di aborto volontario si utilizza una pillola a base dell’ormone Mifepristone nota come pillola abortiva RU486: può essere usata tra la quarta e la settima settimana dall’ultimo ciclo.

Essa svolge la sua funzione coadiuvata dal misoprostolo (o dal gemeprost) da assumere dopo circa due giorni dall’assunzione del primo sotto forma di compressa da ingerire, sciogliere sotto la lingua o tra guance e gengive, oppure inserito in vagina. Entro sei ore il rivestimento interno dell’utero si sfalda, causando sanguinamento e distacco con eliminazione del tessuto gravidico. Il medico ne verificherà l’esito con una visita dopo circa tre settimane. Se l’aborto medico/farmacologico viene eseguito dopo le nove settimane di gravidanza, possono essere necessarie più dosi di misoprostolo ed è maggiore la probabilità di dover rimanere in ambiente ospedaliero. Talvolta, la gravidanza non si interrompe ed è necessario un piccolo intervento chirurgico.

Cosa succede dopo un aborto

Sicuramente dopo un aborto volontario è necessario un periodo di riposo di qualche giorno. La donna affronta una serie di emozioni e potrebbe essere di aiuto parlarne con amici o con un professionista. È probabile che per un paio di settimane si avverta un po’ di fastidio (diarrea e nausea). Qualunque sia il tipo di aborto, è probabile avere anche qualche crampo gastrico e sanguinamenti vaginali.

In genere, questi sintomi durano una settimana o due. Talvolta, dopo un aborto medico, un minimo sanguinamento vaginale può protrarsi anche fino ad un mese. Dopo un aborto volontario si può assumere Paracetamolo o ibuprofene per ridurre i fastidi. E’ necessario ricorrere al medico in caso di sanguinamenti abbondanti, dolori intensi, scariche vaginali maleodoranti, febbre o segni di prosecuzione della gravidanza, come nausea e tensione mammaria.

Qualche complicanza potrebbe essere legata ad un’infezione dell’utero (1 caso su 10); rimozione completa del tessuto gravidico (1 su 20); sanguinamento eccessivo (1 su 1000); danni all’ingresso dell’utero (1 su 100). Le complicazioni più gravi possono verificarsi negli aborti tardivi e riguardare disturbi addominali; forti emorragie, sia con intervento chirurgico che farmacologico; infezioni e danni ad altri organi, data dagli attrezzi chirurgici o da pezzetti di feto rimasti nell’utero (aborto incompleto); lesioni all’utero.

In genere l’aborto volontario non viene riferito a problemi di fertilità o complicanze di gravidanze successive, pertanto vanno usati contraccettivi per evitare una nuova gravidanza, perché la fertilità si ripristina subito dopo l’aborto. La maggior parte dei metodi contraccettivi può essere iniziata lo stesso giorno dell’aborto, ma è necessario aspettare circa sei settimane dopo un aborto nel secondo trimestre di gravidanza prima di usare il diaframma per consentire alla cervice di ripristinare le proprie normali dimensioni. Qualche studio indica un possibile collegamento tra aborto volontario e rischio aumentato di sanguinamento vaginale in gravidanza, nascite premature, neonati sottopeso, problemi placentari, come la ritenzione.

Scritto da Stefania Maffeo
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